Tresignana
9 Marzo 2021
Da carabinieri e procura arrivano alcune conferme su quanto già emerso, ma permane uno stretto riserbo su molti aspetti delle indagini

Sangue, resti di cartucce, pallini da caccia nei corpi: gli indizi del duplice omicidio dei Benazzi

di Daniele Oppo | 3 min

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Tracce di sangue evidenti nella terra tra le sbarre metalliche di un traliccio e due “borre” di cartucce da caccia. È partendo da questi due elementi che l’indagine sulla morte dei cugini Dario (70 anni) e Riccardo Benazzi (64 anni) ha preso con decisione la direzione del duplice omicidio.

E seppure si indaghi a 360 gradi, quell’ipotesi è ormai la più accreditata anche se – per quanto è dato conoscere in questo momento – mancano autore (o autori) e movente.

Di fatto è stata un’esecuzione, non si sa se premeditata o meno, anche se alcune indicazioni in tal senso sembrano esserci: i due Benazzi sarebbero stati prima gambizzati e poi finiti con un colpo di fucile al petto. Poi caricati su una vecchia Volkswagen Polo in uso a Riccardo Benazzi, data infine alle fiamme con l’aiuto di un accelerante e trovata ancora in preda al fuoco la sera del 28 febbraio, all’arrivo di vigili del fuoco e carabinieri a Rero, lontano da case e testimoni e non risultano esservi telecamere.

Gli esami diagnostici eseguiti prima di effettuare l’autopsia hanno confermato la morte violenta per mano di almeno un terzo soggetto. La Tac sui cadaveri ha infatti rilevato la presenza di diversi pallini di un’arma da caccia. Una informazione già in buona misura anticipata dalla stampa nei giorni scorsi che ora trova conferma ufficiale anche da procura e carabinieri, che per il resto mantengono uno stretto riserbo, segno che le indagini sono ancora in una fase molto delicata, in cui ogni passo rischia di essere un passo falso.

Riccardo Benazzi

Riccardo Benazzi

La pm Lisa Busato ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per omicidio e gli inquirenti stanno procedendo nella difficile ricostruzione dei movimenti dei due cugini Benazzi, soprattutto di Riccardo che sembra essere il fulcro di tutta la vicenda – Dario, da quel si apprende, venne convinto a seguirlo di malavoglia quella stessa domenica e solo dopo che un altro soggetto rifiutò di collaborare perché impegnato al lavoro: “L’uomo sbagliato nel posto sbagliato”, come dice l’avvocato della sua famiglia, Denis Lovison – come pare esserlo il ‘suo’ innovativo impianto eolico per la produzione di energia elettrica.

Il campo agricolo nel quale è stata ritrovata l’auto con i loro corpi è infatti poco distante dal piccolo fondo in cui sorge il prototipo di quell’impianto.

Quel campo, di proprietà di una società agricola, era stato dato in comodato d’uso per la realizzazione dell’impianto, ma una volta fallita l’azienda il curatore fallimentare ne ha ordinato la liberazione. Riccardo Benazzi aveva ottenuto di occuparsi di tali incombenze, pur non avendo più legami con la società che aveva contribuito a fondare (alla quale aveva conferito il brevetto e dalla quale era stato legittimamente estromesso) e che aveva il campo in comodato né con la proprietà del terreno.

Nei giorni precedenti al ritrovamento dei cadaveri, risulta che Riccardo Benazzi si fosse recato presso l’appezzamento di terreno per organizzare lo smantellamento della torre fotovoltaica dell’impianto e la sua rimozione dal sito. Ed è proprio sulla base anche di queste informazioni che i carabinieri hanno compiuto i rilievi che hanno portato al ritrovamento di sangue e resti delle cartucce da caccia.

Le salme, anche se gli accertamenti autoptici si sono conclusi, non sono ancora state liberate perché ancora per nessuna delle due è arrivato il riconoscimento formale, nonostante non vi siano veri dubbi sul fatto che si tratti di Riccardo e Dario Benazzi.

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