L'inverno del nostro scontento
10 Dicembre 2018

Sì, si può morire così, come nella discoteca: tutti i giorni

di Girolamo De Michele | 6 min

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È successo questo: centinaia di esseri umani in fuga, spinti dal panico, costretti nell’imbuto di un’unica uscita, bloccati su una passerella troppo piccola per contenerli tutti, che affacciava su un cancelletto sbarrato. Una delle balaustre è crollata, e la massa umana si è inclinata su un lato, precipitando nel fossato sottostante e soffocando i disgraziati che sono caduti per primi.
Una discoteca, un concerto, una serata in allegria.
E subito dopo, giusto il tempo di far partire i primi tweet: non si può morire così, chi ha sbagliato deve pagare, il diritto alla sicurezza dei nostri ragazzi, il minuto di silenzio, la preghiera e l’abbraccio. Dalla banalità sul male al male della banalità.
Alcuni di quelli che si contristano, sottolineando il proprio status di padri, avevano appena finito di esultare per il ritiro della nave Acquarius dalle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Una nave che in 3 anni ha salvato 30.000 vite umane: evidentemente lo sguardo del ministro-padre che  (su una piattaforma social americana, con un aggeggio di una multinazionale straniera assemblato da migranti asiatici in un paese estero: però difende la sovranità nazionale) tweetta che non si può morire così, si arresta nell’entroterra marchigiano, senza arriva al mare che dalle mura di Corinaldo si vede. A scuola capita di far leggere una poesia ambientata nelle Marche, dove lo sguardo del poeta oltrepassa quella siepe che chiude lo sguardo: ma si sa, i poeti… e gli insegnanti, pure, vedi mai che cosa vanno a mettere in testa a ragazze e ragazze: che si può andare oltre siepi e muri.

Non si può morire così, continuano a ripetere gli ipocriti.

Adesso figuratevi la stessa immagine di prima. Però sostituite all’imbuto dell’uscita unica quello dell’orrore libico, e alla passerella che inclina, una barca con più esseri umani di quanti ne potrebbe contenere, che si sta inclinando; il cancello sbarrato alla fine potete lasciarlo così com’è – quello l’avete votato voi (decidendo che quel cancello sbarrato era meno importante delle promesse elettorali che vi avevano fatto). E immaginate che gli esseri umani si inclinino su un lato del canotto, e precipitino in mare, soffocati non dalla massa umana, ma da quella del mare: provate voi a pensare, se ne siete capaci, se c’è differenza fra una morte per asfissia e una per annegamento, in ambedue i casi sono morti lente, che vi lasciano tutto il tempo di capire cosa vi sta succedendo.
Succede ogni giorno, nel Mediterraneo: otto morti al giorno per annegamento, a voler fare una media statistica. Lo stesso numero, più o meno, di quelli morti in fuga dalla discoteca.
Si può morire così: ogni giorno. Basta che non ci siano telecamere, testimoni, giornalisti. E se ci sono, basta cancellare le testimonianze dagli archivi, com’è successo al reportage di Amedeo Ricucci sui lager libici al tempo del ministro Minniti L’imbroglio del 3 settembre 2017, cancellato dalle teche Rai (lo si può vedere sulla pagina fb del giornalista cliccando qui).

E adesso provate a immaginare che qualcuno dica: e chi se ne frega di quei ragazzi morti asfissiati? Non è tutta colpa della musica di merda che ascoltavano? Non stiamo meglio senza quei cerebrolesi? Immaginate qualcuno che posti cartine topografiche per dimostrare che quella passerella non era di competenza della discoteca. Provate a pensare a qualcuno che dica che se non ce n’è per tutti, che si fottano quelli che hanno i soldi per la discoteca.
Cosa pensereste di chi fa discorsi del genere? Probabilmente, che sono delle merde disumane.
Probabilmente avreste ragione a pensarlo.
E allora perché tolleriamo gli stessi discorsi fatti, dall’ultimo ratto che si solleva sul suo tombino fino al ministro della Repubblica, su chi soffoca per l’acqua che gli entra nei polmoni, nel Mediterraneo, sperando con l’ultima luce che gli occhi gli concedono di vedere una nave all’orizzonte?
Probabilmente perché ci stiamo abituando all’orrore. Perché è più facile distogliere lo sguardo e far finta di niente.

Quindici anni fa Miguel Benasayag (che aveva conosciuto l’orrore delle carceri argentine durante la dittatura) e Gérard Schmit hanno definito il nostro tempo L’epoca delle passioni tristi; dieci anni fa Andrea Bonomi ha pubblicato l’indagine sul malessere del nostro paese Il rancore; oggi il CENSIS, che da anni documenta il degrado economico e sociale del nostro paese, parla di “sovranismo psichico”: non da oggi, ma da anni ci stiamo abituando a pensare ciascuno per sé, e si fottano gli altri. La società non esiste, esistono solo gli individui, diceva anni prima una signora che passerà alla storia per aver distrutto il sistema sociale britannico, ma anche per aver ispirato House of cards: ma quando è andato in onda, non avete fatto il tifo per Frank Hunderwood? Salvo, è ovvio, indignarvi quando l’attore che lo impersonava è risultato una brutta persona: molto meno del personaggio di cui indossava la maschera, e che è talmente reale e concreto da essere al governo, e non da oggi, in Italia. A volte con la testa pelata e la cravatta ammodo, altre con la ghigna populista e la felpa: cambiano la maschera e il partito, ma è sempre lui.

E allora, ciascuno per sé: cosa c’è di sbagliato?

Prima di scrollare le spalle, pensate a quella discoteca, mentre si diffondeva il panico. Nel 1978 ero a un concerto di Roberto Vecchioni, in un festival dell’Unità, quando esplose una bomba carta: Vecchioni rimase sul palco, rassicurò il pubblico e continuò il concerto, scongiurando il male peggiore, il parapiglia. Agli inizi degli anni Novanta ci lavoravo, in una discoteca: ricordo quando saltò l’impianto elettrico, e mentre ci preoccupavamo di far tornare le luci in sala, il pubblico che rimaneva tranquillo al proprio posto: stare insieme dava sicurezza.
Venerdì notte, tutto questo non è successo: al cantante non è venuto in mente di salire sul palco e rassicurare il pubblico, alle ragazze e ragazzi non è passato per la testa di prendersi per mano e farsi coraggio, o di creare dei cordoni spontanei per governare il deflusso, come altre volte ho visto succedere in luoghi pubblici (e io stesso ho fatto, invece di fuggire). Per inciso, è un’altra di quelle cose che quel poeta marchigiano, Leopardi, diceva nelle sue poesie: la differenza fra quelli che si prendono per mano e fanno social catena, e gli stolti che per scappare prima e meglio fanno laccio e inciampo al vicino.
Vogliamo tutti la sicurezza per i nostri figli, e magari anche per noi, vero? Sicurezza significa sine cura, cioè assenza di preoccupazione. Non c’è aggeggio elettronico all’ingresso o all’uscita, non c’è misura sancita per legge, che possano garantirla, se la mente è ingombra di passioni tristi: ciascuno pensa per sé, senza capire che centinaia di ragazze e ragazzi che pensano ciascuno per sé significa non la salvezza dei singoli, ma lo scompiglio, la fuga dei topi che finiscono per fare la morte del topo, per schiacciamento o soffocamento. È significativo che uno dei superstiti della strage in discoteca sia un ragazzo autistico: la sua diversità gli ha impedito di provare panico, e ha lucidamente deciso di rimanere sulla soglia della porta, aggrappato a una corda, invece di indirizzarsi verso la passerella. Provate a rifletterci due minuti, su questo aneddoto.

È questo il mondo in cui viviamo: un mondo nel quale è facile, facilissimo morire come topi. Sta succcedendo proprio adesso, mentre state leggendo. A meno di non reimparare a pensarci tutti sulla stessa barca, a cominciare da quelli che su una barca ci sono davvero, la vedono inclinarsi e si sentono scivolare verso il mare.
Per questo la nave Mare Jonio è nel Mediterraneo, per questo la sostengo.
Non per me, e neanche per i migranti che stanno affogando: per tutti quelli che di affogare ogni giorno un po’ di più non si accorgono. Per restare umani.

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