
A destra, Ivan Pajdek
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ora la condanna a 30 anni di carcere diventa definitiva per Ivan Pajdek, il ‘capo’ della banda che nel settembre 2015 uccise Pier Luigi Tartari dopo una rapina nella sua abitazione di Aguscello.
I giudici della Suprema Corte non hanno accolto la richiesta del procuratore generale di annullare la sentenza per via del riconoscimento dell’aggravante della crudeltà che, dalla sua prospettiva, non sarebbe dovuta essere applicata dai giudici di primo grado a Ferrara e d’appello a Bologna. Era esattamente quanto chiedeva anche la difesa di Pajdek (avvocato Daniele Borgia) in uno dei motivi del ricorso. Per il pg – che si è basato anche sulla giurisprudenza della corte stessa – il solo fatto che Tartari sia stato abbandonato agonizzante in un luogo isolato non era sufficiente per configurare la crudeltà.
A convincere del contrario i giudici è stato probabilmente l’intervento dell’avvocato Eugenio Gallerani – tramite il quale i fratelli di Tartari, Marco e Rita si sono costituiti parte civile – che ha spiegato che la crudeltà non sia consistita solo nell’abbandono ma si sia verificata lungo tutto l’arco d’azione della banda che assalì con violenza il pensionato, poi lo legò più volte sia in casa che nel tugurio dove venne abbandonato, perfino le dita, in modo che non si potesse in alcun modo liberare, né muovere, né potesse respirare.
Il verdetto è arrivato verso le 20 di giovedì 12 aprile e costituisce la parola fine per quanto riguarda la posizione di Pajdek. “Siamo soddisfatti, la sentenza è definitiva – commenta l’avvocato Gallerani -. La Cassazione ha riconosciuto la sussistenza dell’aggravanti e in particolare di quella della crudeltà usata nei confronti di Tartari durante l’azione criminale”.
Pajdek – che era conosciuto come Huber Sandor – era a capo della banda costituita con Patrik Ruszo (insieme a lui e Norbert Feher nell’estate 2015 compì numerose rapine molto violente nel ferrarese) e Patrik Ruszo per il colpo a casa Tartari, propiziato probabilmente dalla madre di Ruszo, che faceva da badante in una casa vicina, che inizialmente collaborò con gli inquirenti ma che i giudici di primo grado hanno deciso debba essere indagata per essere la ricettatrice. Pajdek fu l’unico a scegliere la strada del rito abbreviato, evitando così l’ergastolo che invece è toccato a Ruszo e Fiti.
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