Non era capace di intendere e di volere al momento del fatto, per questo Anna Frighi è stata assolta nel processo che la vedeva imputata per l’omicidio del padre Gianfranco, accoltellandolo all’addome.
È la decisione, tutt’altro che inaspettata, arrivata nella mattina di venerdì 6 aprile da parte della corte d’assise di Ferrara. Anche il pm Stefano Longhi aveva chiesto l’assoluzione, con l’applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata in una struttura protetta per la durata di almeno 10 anni. Su questo punto il tribunale si è pronunciato per una misura dalla durata inferiore, 5 anni, che non cambia di molti i termini della questione perché deve essere costantemente rivalutata.
Anna Frighi – difesa dagli avvocati Giacomo Forlani e Sabina Rutigliano – nel marzo del 2017 accoltellò il padre al termine di una lite in casa. L’uomo – da molto tempo allettato e con altri problemi di salute alle spalle – che inizialmente sembrava dovesse cavarsela, morì mesi dopo per via delle complicazioni della ferita, in particolare per un’infezione che colpi in maniera letale i polmoni.
La perizia psichiatrica redatta dal professor Renato Ariatti ha evidenziato lo stato di “sovraccarico emotivo in un soggetto fragile” della Frighi al momento dell’aggressione, che la portò a uno “scivolamento in una dimensione in cui il suo pensiero era fuori dalla realtà”, dove “ha visto nel gesto lesivo una sorta di uscita salvifica verso una sua idea di libertà”. Secondo il consulente all’origine di tutto, oltre a uno stato patologico, ci fu un “mix tra la difficoltà nell’assistere il padre, difficoltà lavorative e amorose non risolte”. Uno stato che, a detta del professore, sembra permanere tuttora nonostante i miglioramenti, tanto che potrebbe esserci il “rischio di altri momento di questo tipo”.
La difesa non ha contestato le conclusioni della procura ma ha chiesto di valutare in subordine – anche con il supporto di consulenti – la possibilità che la morte sia stata conseguenza diretta della ferita, essendoci evidenze mediche per poter sostenere che nel corpo di Gianfranco Frighi fosse già presente un processo infettivo precedente che avrebbe potuto portarlo alla morte in via autonoma: per questo ha chiesto di valutare la derubricazione dell’accusa da quella di omicidio a quella di lesioni gravi o di tentato omicidio.
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