
Giorgio Canali, Leonardo Bianchi, Marialuisa Menegatto, Patrizia Moretti e Andrea Boldrini
“Sentiamo ancora molto forte l’esigenza di fare pulizia e di vederci chiaro”. Patrizia Moretti, a undici anni da quella tragica notte in cui quattro agenti hanno tolto la vita a suo figlio diciottenne, non ha perso la forza. La forza di chiedere pulizia tra le “mele marce che ostacolano la giustizia”, individuate nei “funzionari di polizia che insabbiano e depistano la verità”, e di vederci chiaro sulla “copertura reciproca in atto tra polizia e Stato”.
Una “sorta di ricatto tra sindacati di polizia e governo”, come definito da lei stessa, che impedisce di approvare il reato di tortura ma non di scendere in piazza per ricordare chi quella tortura è costata tutto. Come nel concerto per Federico Aldrovandi che si terrà sabato 24 settembre alle 21 in piazza Municipale.
L’evento avrà luogo anche quest’anno nonostante la stanchezza degli organizzatori che, dopo dieci anni, stavano per gettare la spugna. A dare manforte ai responsabili dell’associazione Aldrovandi guidata da Andrea Boldrini è stato Giorgio Canali, da sempre vicino alla causa, che ora è diventato il “padrino” del concerto.
“Ho chiamato degli amici che hanno già partecipato in passato non per visibilità ma perché vogliono esserci contro questa polizia che fa sempre quel cazzo che gli pare” esordisce Canali con la sua consueta sfrontatezza, presentando gli artisti che saliranno sul palco: Giovanni Truppi, Francesco Motta, Majakovich, Zen Circus e ovviamente i suoi Rosso Fuoco. Ognuno avrà 40 minuti per esibirsi per più di 3 ore di musica no stop in memoria di Federico.
La serata sarà dedicata alla richiesta dell’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale. Una questione attesa da quasi 30 anni, da quando l’Italia ha sottoscritto la convenzione internazionale contro la tortura, ma di cui si parla troppo poco. Se ne è discusso ieri sera al circolo Arci Quattro Stracci in occasione dell’incontro-aperitivo di presentazione del concerto.
“L’Italia è un Paese in cui si pratica la tortura, ma si fa finta che non sia così” annuncia Leonardo Bianchi di Vice Italia, tra i relatori del dibattito, che apre il suo lungo intervento con una citazione di Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime del pestaggio alla scuola Diaz. “La tortura è praticata tutti i giorni dagli anni ’70, da quando è stata costituita la squadra speciale diretta da Nicola Ciocia alias professor De Tormentis, ma è esplosa al G8 di Genova – spiega Bianchi –. Lì abbiamo visto tutti che la polizia ha avuto la licenza di tortura ed è stata coperta dall’alto”.
“Nonostante le condanne della corte europea, la polizia tortura impunemente perché manca un reato che la punisca – nota il giornalista di Vice –. Se non si è ancora arrivati alla sua introduzione è colpa delle forze politiche e di polizia, in particolare di due sindacati parafascisti come Sap e Coisp che, con la scusa del reato ideologico, esercitano una influenza totale sulla politica”.
“La legge così come è configurata è una porcata – conclude Bianchi – perché derubrica la tortura a un reato comune, ulteriormente depotenziato poiché i suoi effetti devono essere comprovati fisicamente”. Una evidenza difficile da dimostrare perché, come spiegato dalla psicologa Marialuisa Menegatto, autrice di numerosi studi sulla violenza di Stato, “si fa fatica a fornire delle prove del trauma psichico di chi ha subito tortura”.
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