
A destra, Ivan Pajdek
“Il mio assistito risponderà di omicidio, perché di omicidio stiamo parlando, ma nei giusti termini perché si è trattata della conseguenza di una rapina e non della volontà di uccidere una persona”. Parola dell’avvocato Daniele Borgia, che assieme alla collega Stefania Pettinacci difende Ivan Pajdek, il ‘capo’ della banda che il 9 settembre scorso rapinò e uccise il pensionato ferrarese Pierluigi Tartari nella sua casa di Aguscello. La difesa punta insomma al riconoscimento dell’omicidio preterintenzionale per Pajdek (unico indagato ad aver scelto il rito abbreviato), che determinerebbe una pena minore rispetto alle richieste (30 anni di reclusione) della procura.
Secondo Borgia, i tre rapinatori erano già coscienti del decesso di Tartari quando lo caricarono legato e imbavagliato in automobile per poi abbandonarlo in un casolare abbandonato. Un’ipotesi sostenuta di fronte al Gip sia attraverso prove ‘scientifiche’ (la stima dell’orario della morte effettuata dalla difesa in base ai dati dell’autopsia), sia attraverso argomentazioni e deduzioni, ad esempio il fatto che i tre rapinatori tolsero ogni quadro dalle pareti in cerca di una cassaforte, nonostante Tartari avesse già consegnato loro il bancomat e rivelato il pin. Se fosse stato ancora vivo, sostengono gli avvocati di Pajdek, i rapinatori avrebbero ottenuto da lui le informazioni sulla cassaforte.
Ma la teoria dei difensori di Pajdek si scontra proprio con le dichiarazioni del loro assistito e degli altri due rapinatori, che in più occasioni hanno dichiarato di non essersi accorti delle condizioni di Tartari e di aver appurato la sua morte solo in un secondo momento, una volta tornati al casolare. Ma per i legali erano dichiarazioni false e dettate dall’impulso immediatamente successivo all’arresto di discolparsi e negare ogni responsabilità. Il fatto che Tartari fosse già morto, almeno secondo gli avvocati, sarebbe dimostrato anche dal fatto che nelle precedenti rapine commesse dalla banda nessuna vittima fu mai sequestrata e portata via come successo nel caso di Aguscello.
Durante l’udienza il fratello della vittima ha sentito la necessità di uscire nei corridoi del tribunale: “Troppo dolore nell’ascoltare questa storia, non ce la faccio”. La tesi difensiva, se dimostrata, potrebbe configurare anche il reato di abbandono di cadavere. Ma naturalmente si tratta di un dettaglio più che secondario in una vicenda tremenda e che richiede non poca freddezza per tenere distinti gli aspetti penali dall’inevitabile giudizio umano sui tre indagati. Il 12 luglio è prevista la sentenza.
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