Cronaca
25 Ottobre 2015
Il medico volontario Bruno Tumiati porta la sua esperienza alla libreria Feltrinelli

Emergency, gli ‘angeli dell’ebola’ si raccontano

di Elisa Fornasini | 4 min

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OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’ebola raccontata da chi l’ha vissuta davvero. Non sulla propria pelle ma dentro delle tute gialle di plastica. Da indossare, insieme alla maschera, ai guanti e agli scarponi, per proteggersi dal contagio. Una ‘divisa da supereroi’ portata da decine e decine di volontari di Emergency che hanno raggiunto la Sierra Leone per sconfiggere l’epidemia. Uno di questi ‘angeli dell’ebola’ è Bruno Tumiati che, insieme ad altri medici volontari tra cui Fabrizio Pulvirenti, ha raccontato la sua esperienza nel libro “Zona Rossa” di Gino Strada e Roberto Satolli. Una testimonianza riportata anche domenica pomeriggio alla libreria Feltrinelli durante la campagna tesseramento di Emergency.

La “zona rossa” a cui fanno riferimento Strada, chirurgo e fondatore di Emergency, e il suo amico Satolli, medico e giornalista, era la zona del centro di Lakka in cui venivano ricoverati i malati di ebola. Questo centro – nato come centro di isolamento, diventato poi centro di trattamento e tornato alla sua funzione di isolamento solo dopo l’apertura del nuovo centro di Goderich – era diviso in due zone: la zona rossa per gli ammalati e la zona verde per il personale medico e infermieristico. La zona rossa era divisa a sua volta nella tenda dei casi sospetti, in quella dei malati confermati e in quella per i convalescenti. Il centro poteva gestire al massimo una ventina di casi con una terapia diretta di somministrazione di fluidi e con la discussa terapia di amiodarone.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’Ebola Holding Centre a Lakka ha cessato le attività in seguito alla diminuzione dei casi registrati quotidianamente nel Paese una volta passato il picco dell’epidemia. “La Sierra Leone è fuori dall’epidemia, la Liberia è giù stata dichiara ebola free mentre in Guinea è stato registrato l’ultimo caso una decina di giorni fa” conferma Tumiati che spiega come sia stato possibile che un piccolo virus si sia trasformato in un’emergenza internazionale. “L’epidemia è cominciata nel dicembre del 2013 in una zona di confine tra Guinea, Sierra Leone e Liberia, tre stati che negli ultimi 25 anni hanno subito una terribile guerra civile. Contratta da un bambino che ha poi contagiato i genitori, l’ebola comincia a comparire a macchia di leopardo in tutti i paesi. Il problema della sua diffusione è che sul momento non viene riconosciuto il virus, si pensava fosse febbre emorragica e quindi non sono state messe in atto tutte le precauzioni necessarie. Nessuno si rende conto che ci troviamo di fronte all’ebola fino a marzo 2014 ma continua a passare sotto silenzio fino ad agosto quando si capisce che il rischio di contagio è molto elevato”.

“Con un ritardo enorme di otto mesi dai primi casi, l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara l’ebola un’emergenza internazionale” prosegue il medico volontario che ha raggiunto il centro di Lakka il 20 settembre, a soli due giorni dalla sua entrata in funzione. “Il primo impatto è stato sconvolgente – racconta Tumiati -; si registravano dai 400 ai 600 casi alla settimana con una mortalità estremamente elevata”. Anche se questo punto i dati non sono sicuri. “Non abbiamo la benché minima idea di quanto siano stati i morti: l’Oms, su 14mila casi in Sierra Leone tra sospetti e confermati, parla di 5mila morti ma i dati non sono reali e la mortalità è sicuramente molto più elevata”. Per capirlo, secondo il volontario Emergency, basta fare un confronto “con il personale sanitario che ha pagato il prezzo più alto; in tutti e tre i paesi, su 850 casi di medici o infermieri ammalati di ebola, ne sono morti quasi 600”.

Il libro racconta anche l’esperienza di Fabrizio Pulvirenti, dal contagio (probabilmente dovuto a un contatto con i convalescenti) al ricovero nell’ospedale romano, fino alla completa guarigione. “Su 25 casi esportati la mortalità non è più alta di un caso su quattro, mentre in Africa è di due casi su tre” spiega Tumiati, secondo cui questo dimostra quanto la sanità sia diversa tra i due continenti, “ma questa non è la filosofia di Emergency secondo cui lo standard delle cure deve essere lo stesso” ribadisce il medico volontario. Ed è proprio “l’ingiustizia di un mondo diviso tra chi può curarsi e chi può solo fare il favore di morire senza infettare nessun altro” che viene denunciata nel libro. “Un ospedale è un ospedale se tu saresti disposto a ricoverarci tuo figlio” scrive Gino Strada che con Emergency “cerca di offrire agli umili e indifesi le stesse cure a disposizione dei ricchi e degli occidentali”.

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