Cronaca
14 Ottobre 2015
Premiate due giovani testimoni dell'opposizione al conflitto. Non manca un piccolo 'conflitto' con la Comunità Ebraica

Israele e Palestina si abbracciano a Ferrara

di Elisa Fornasini | 5 min

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Due testimonianze piene di speranza in un conflitto che non sembra conoscere speranza. Il Comune di Ferrara ha premiato due giovani testimoni dell’opposizione pacifica al conflitto israeliano-palestinese: la giovane video reporter indipendente israeliana Taya Govreen Segal e la diciannovenne palestinese Yasmeen Al Najjar, protagonista, pur con un arto amputato, di una scalata del Kilimangiaro. Le due giovani hanno ricevuto dalle mani del vicesindaco Massimo Maisto, il premio internazionale dell’associazione “Le case degli angeli di Daniele onlus”dedicato a persone che si siano distinte per il proprio impegno al servizio di cause umanitarie e per la realizzazione di una civiltà di pace.

Un riconoscimento che testimonia la volontà delle giovani generazioni di risolvere l’annosa questione conflittuale senza ulteriori spargimenti di sangue. “Venendo dalla parte privilegiata del mondo dove non ci sono guerre, la nostra città, pur nel suo piccolo, deve contribuire a costruire una società di pace – fa gli onori di casa il vicesindaco -. Si fa fatica a dire queste parole dove in molte parti del mondo, e soprattutto nel vicino oriente, la situazione sembra essere sempre più tragica; a volte viene quasi da arrendersi ma noi come amministratori abbiamo il dovere di continuare a credere in questo sogno. Quello che a noi sembra normale, vivere in pace, è stato costruito dalla politica e dai cittadini, che sono riusciti a chiudere secoli di guerra – conclude Maisto – ed è la dimostrazione che politica e popolo possono lavorare insieme per la pace”.

Dopo la consegna della targa di riconoscimento, assegnata per la prima volta a due ragazze “che vivono in un territorio piccolo e conteso e non vogliono vedere i propri popoli che si massacrano”, come ha ribadito il vicesindaco, la parola è passata alle due giovani protagoniste. Toccante la testimonianza di Yasmeen che viene dal “paese di Gesù che viveva in pace e sicurezza prima dell’occupazione”. “Mi appello a voi per accendere la candela della speranza per il mio popolo, che possa sconfiggere l’oscurità che ci è inflitta in Palestina” dichiara Al Najjar che chiede di “stendere le vostre mani per salvarci perché in Palestina c’è l’ultima e la più grande occupazione del mondo, dove usano tutti gli strumenti di violenza e terrorismo contro di noi”. “In tutta la mia vita non ho mai vissuto un giorno in libertà – racconta la diciannovenne palestinese -; in questi anni ho visto la mia terra presa dall’esercito israeliano che avrebbe dovuto proteggerci. Ma la libertà è nel mio cuore e nella mia mente e non possono ucciderla: non possono distruggere il mio diritto di vivere con la pace, la giustizia e la libertà nel mio paese”.

Una libertà che ha conquistato sulla vetta più alta del Kilimangiaro, chiamata appunto Uhuru Peak, la cima della libertà. Nonostante la sua disabilità. “Quando avevo tre anni ho perso la gamba destra in un incidente ed è stato difficile ricevere delle cure, ma con l’aiuto della mia famiglia sono riuscita ad avere una protesi – ricorda Al Najjar -. Nel 2006 stavo andando in ospedale a Gerusalemme ma i soldati non mi hanno permesso di raggiungere la struttura perché ero pericolosa per il governo israeliano. Avevo dieci anni. Questa esperienza mi ha resa ancora più forte e determinata e mi è servita per scalare il tetto d’Africa. Ho provato grande gioia e un grandissimo senso di libertà quando la bandiera palestinese stava sventolando sopra la cima della libertà e mi ha fatto credere che un giorno vedrò la bandiera della Palestina sbandierare anche a Gerusalemme. Noi non vorremmo conoscere ulteriore violenze, vogliamo vivere una vita di giustizia e libertà come tutte le persone del mondo – chiosa Yasmeen -, per questo preghiamo che i bambini israeliani non siano come il loro governo pieno di violenza ma persone di pace e di giustizia”.

Molto sentita, ma radicalmente diversa, anche la testimonianza di Taya, una giovane ebrea israeliana che vive nella parte di Israele “dove abbiamo tutti i diritti e le libertà”. Sempre se la leva militare obbligatoria possa essere considerata una libertà. “Ho rifiutato la chiamata alle armi (atto considerato come reato, ndr) perché non potevo entrare in un esercito che opprime un altro popolo: la mia morale è più forte della legge”. La giovane video reporter indipendente, impegnata nel sociale, femminista e antimilitarista, è stata firmataria, assieme ad altri giovani, di un documento di rifiuto del servizio militare e della politica di occupazione e violazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele. “Io lavoro per l’educazione attraverso media indipendenti e supportando altre persone che come me rifiutano il servizio militare – spiega Govreen Segal – ma ho bisogno dell’aiuto di tutto il resto del mondo. Vi chiedo di smettere di armare il medio oriente e di supportare l’occupazione israeliana perché terminare l’occupazione è l’unica soluzione per rendere il mio paese migliore per israeliani e palestinesi”.

“Abbiamo sentito storie fresche e piene di speranza in un conflitto che non facilita la speranza, ma ancora una volta i giovani ci possono sorprendere” interviene Nedda Alberghini, presidente dell’associazione Le case degli angeli di Daniele onlus, che fa un brevissimo quadro sulla “tensione altissima fra due popoli” che ha portato a questa “politica aggressiva dove non c’è nulla di ebraico”. Un intervento che non è piaciuto al presidente della Comunità Ebraica di Ferrara Andrea Pesaro che critica “l’assenza della controparte” e “l’impossibilità di ragionare sul presente senza ricordare la storia”. “Avete parlato dell’esercito israeliano come di un esercito di offesa e non di difesa, ma non si può andare col rametto di ulivo se dall’altra parte ci sono le bombe” commenta Pesaro che avrebbe gradito “che le osservazioni fossero state più obiettive e meno di parte”.

Un piccolo ‘conflitto’ quasi paradossale in una cerimonia contro i conflitti, che è comunque proseguita secondo il programma che prevedeva la consegna del premio Cai a Yasmeen, che è stata omaggiata anche con la tessera di socio onorario del Club Alpino Italiano di Ferrara.

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