Il caso Aldrovandi come ‘simbolo’ internazionale degli abusi di potere in divisa. Si intitola semplicemente “Federico” lo spettacolo teatrale dell’attrice, regista e insegnante di recitazione cilena Paula Zuniga, che da quattro anni porta sui palcoscenici dell’America Latina la drammatica vicenda dell’omicidio del 18enne ferrarese. E lo fa proprio per smuovere le coscienze dei propri compatrioti, talmente abituati alle ingiustizie durante e dopo il regime di Augusto Pinochet da non essere più in grado di comprendere le tragedie e i drammi dei cosiddetti ‘morti di Stato’.
“A volte – ci racconta Paula Zuniga – è più facile capire le situazioni quando si vedono da lontano, perchè quando si ha paura è difficile capire guardarsi allo specchio e capire cosa sta succedendo attorno a te”. Un vero esempio di teatro sociale, quello della Zuniga, che mira quindi a due obiettivi: diffondere informazioni sulla vicenda di Federico Aldrovandi e spingere gli spettatori cileni e sudamericani a guardare con obiettività alla situazione dell’America Latina, continente dove gli abusi in divisa all’ordine del giorno passano gran parte delle volte sotto silenzio.
Ma come è nata l’idea di scegliere proprio il caso di Federico per questo progetto? Paula ha studiato nel nostro paese ed è sposata con un italiano, di conseguenza è rimasta a stretto contatto con l’Italia e proprio dal compagno ha avuto modo di conoscere e di appassionarsi alla vicenda Aldrovandi. “Quando ho conosciuto la storia – spiega Zuniga – mi sono subito detta che bisognava fare uno spettacolo perchè vedevo questo legame fortissimo con quello che viviamo in Cile. Siamo paesi molto lontani, ma vicini in questi abusi di potere, in questi casi dove i colpevoli negano le proprie responsabilità, dove la realtà non viene riconosciuta dal potere e dove a vincere è la paura dei cittadini. Così ho cominciato a indagare e informarmi, prima su internet e poi venendo in Italia”. Ma prima di partire per Ferrara Paula contatta Patrizia e Lino Aldrovandi, i genitori di Federico, con cui nasce un rapporto di amicizia che perdura tuttora. “Si sono resi subito molto disponibili – spiega l’autrice -, ringraziandomi per l’interessamento. Ci piacerebbe moltissimo portare tutta la compagnia a Ferrara, ho ancora un legame fortissimo con Lino attraverso Facebook, anche se purtroppo Patrizia ha dovuto chiudere il profilo dopo tutto quello che le hanno detto”.
Lo spettacolo, a cui prendono parte 17 attori nei vari ruoli, si concentra soprattutto sulle fasi del processo ai quattro poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico e molte delle battute recitate dai personaggi corrispondono alle vere dichiarazioni di imputati, testimoni, avvocati e magistrati durante il dibattimento. “Ho scritto tre monologhi – spiega la regista – che danno un po’ la mia opinione sulla vicenda, ma tante parti sono rimaste fedeli ai testi originali, soprattutto per quanto riguarda i poliziotti. Quando il pubblico cileno ha assistito, mi diceva che eravamo stati troppo ironici o superficiali, perchè non era possibile che degli agenti parlassero in questo modo, allora io spiegavo che quelle frasi non erano inventate da noi, ma erano i veri testi delle udienze. Anche a me sembrava impossibile che, dopo le responsabilità che hanno avuto e il dolore che hanno causato alla società, quelle persone parlassero in quel modo. È lo stesso dolore che provo io quando penso al mio Cile, perchè tutti i giorni vedo persone colpevoli che fanno finta di non aver fatto niente”.
In questo senso, lo spettacolo “Federico” di Paula Zuniga ha davvero un valore molto particolare per il pubblico sudamericano: “Arrivare al pubblico con questo tema è stata una scelta ‘strategica’ – spiega la regista -. Mi chiedevo come trasmettere certi concetti alla popolazione del mio paese, mostrando che queste cose accadono anche in paesi con una costituzione solida e con un livello di sviluppo più avanzato rispetto all’America Latina”. E il riscontro di pubblico fino a oggi, è stato notevole: Paula Zuniga e i suoi 17 allievi e attori sono usciti dal Cile portando lo spettacolo in circa 30 città. All’appello però manca ancora una ‘tappa’ fondamentale: Ferrara: “Ci piacerebbe davvero molto poter venire a Ferrara e stare assieme ai genitori e agli amici di Aldrovandi, ragazzi che ora hanno 27 o 30 anni e che portano con sé l’anima di Federico. Per noi sarebbe un sogno, ma per adesso è difficile organizzare il viaggio per tutti i 17 attori”. Ma che sia a Ferrara o in Sud America, il proposito rimane lo stesso: fare del teatro sia una forma d’arte che un impegno sociale: “Per me fare teatro significa questo. Fare politica è un atto fondamentale ma questo non significa far parte di un partito, ma trasmettere alla società le nostre idee. Non posso vedere il teatro in altro modo, neanche quando rappresento opere di Čechov o Shakespeare: bisogna sempre fare i conti con quello che accade oggi cercando di aprire gli occhi e le orecchie degli spettatori”.