Cronaca
4 Ottobre 2015
La storia di chi coltiva terreni senza pesticidi ma con i diritti

Biologico, quando l’agricoltura è pace e vita

di Elisa Fornasini | 3 min

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’agricoltura biologica non è solo un modello produttivo ma anche culturale e sociale. Un compartimento che sta crescendo tantissimo (l’Italia è uno dei paesi più produttivi con 50mila aziende bio e un fatturato di tre miliardi di euro, ndr) e che ha al suo interno tante esperienze riuscite da raccontare. Tre di queste sono Alce Nero, Libera e Sin Fronteras. Tre realtà diverse ma accomunate da una filosofia bio che le ha rese protagoniste dell’incontro “Terra è casa. Il mantenimento di una ricca biodiversità e lo sviluppo di produzioni biologiche sono una grande opportunità di vita”.

L’appuntamento, tenutosi sabato sera al teatro Nuovo e inserito nel programma di Internazionale, ha visto a confronto Lucio Cavazzoni, presidente di Alce Nero, don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Marisol Espinoza Cruz, vicepresidente della Repubblica del Perù e Hugo Valdes, direttore della cooperativa Sin Fronteras. Ogni relatore, incalzato dalle domande del giornalista Stefano Liberti, ha portato la propria testimonianza di come un’agricoltura diversa sia possibile. Il primo a raccontare la propria esperienza è il presidente di Alce Nero, società nata 35 anni in Italia e poco dopo in America Latina, che conta mille agricoltori e apicoltori, impegnati a sviluppare un’economia sostenibile e responsabile che propone un nuovo modo di alimentarsi e vivere.

“La terra è al centro della nostra produzione – spiega Cavazzoni – ma la molla per cui un agricoltore decide di diventare biologico non è solo quella di lavorare la terra in maniera diversa ma anche e soprattutto di sperimentare nel suo campo la società che vorrebbe, una forma di equilibro ed equità fra lui e la fertilità dell’ambiente che deve mantenersi e non impoverirsi. Ci meritiamo l’appellativo biologico perché la nostra agricoltura è per la vita mentre l’agricoltura chimica distrugge la terra: l’agricoltura biologica e innanzitutto un’agricoltura di pace”. Ad accogliere simbolicamente l’appello del papa, che invita tutti a proteggere la nostra casa comune, è anche la cooperativa Sin Fronteras, che lavora a fianco dei piccoli produttori dell’America Latina.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Il nostro scopo è proporre prodotti di qualità dalla produzione fino alla distribuzione finale” commenta Valdes, una distribuzione equosolidale “in contrasto con i maxi colossi che gestiscono quasi interamente la filiera di commercializzazione”. Certo, i piccoli produttori non riusciranno mai ad arrivare ai numeri delle grandi industrie ma riescono comunque a essere concorrenziali e vicini alle esigenze del consumatore che voglia identificare il prodotto acquistato perché “ognuno deve poter scegliere quello che mangia”.

Cibo che diventa ancora più buono quando è sinonimo di riqualificazione sociale, come nel caso del Perù dove molti contadini stanno abbandonando le colture di coca per coltivare prodotti biologici. “La nostra lotta all’illegalità parte dalla madre terra” commenta Espinoza, la prima vicepresidente donna della Repubblica del Perù, che racconta la nascita e la crescita di questo progetto di sostituzione della produzione, “salvando gli agricoltori peruviani dalla droga e indirizzandoli verso le coltivazioni bio”.

Un’esperienza che si ricollega inevitabilmente a quella del coordinamento di Libera che diffonde la cultura della legalità a partire dai terreni confiscati alla mafia. “L’uso sociale di questi beni è stata la grande scommessa di Libera – conclude don Luigi Ciotti – che si batte per liberarsi dalle mafie e per riqualificare i beni sottratti alle criminalità organizzate. Il sogno di Pio La Torre in parte si è realizzato: sottrarre alla mafia i propri patrimoni e coltivarli a diritti dimostra che siamo capaci di respingere il deserto del malaffare e della corruzione”.

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