Economia e Lavoro
24 Settembre 2015
Puntare sul ruolo di policy making per sostenere l’innovazione sociale

“Le fondazioni bancarie non sono i mecenati dei Comuni”

di Elisa Fornasini | 3 min

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OLYMPUS DIGITAL CAMERALe fondazioni bancarie possono essere strumenti utili per rilanciare gli investimenti pubblici locali, drasticamente crollati negli ultimi anni a causa della crisi e del patto di stabilità. Ma non sono i mecenati degli enti locali. Le fondazioni di origine bancaria devono sostenere il costo dell’innovazione e non il costo di ciò che le amministrazioni non sono più in grado di sostenere. Anche se non possono compensare le difficoltà dei Comuni a garantire gli interventi di ordinaria amministrazione, non vuol dire che non abbiano un ruolo importante negli investimenti. Un ruolo che però deve cambiare, passando da essere una ‘cassaforte’ che offre mere erogazioni a spot, a un soggetto capace di creare valore sociale, sviluppando conoscenza e creando una rete di attori sul territorio.

È questa, in sintesi, la visione sul ruolo che le fondazioni bancarie possono svolgere nel rilancio degli investimenti pubblici in caduta libera, emersa dalla tavola rotonda tenutasi giovedì pomeriggio presso il Dipartimento di Economia di Unife. Il dibattito, inserito nel programma della XXVII conferenza annuale della Società Italiana di Economia Pubblica (Siep), ha visto a confronto Gianpaolo Barbetta (Università Cattolica e Fondazione Cariplo), Silvia Giannini (vicesindaco di Bologna e Università di Bologna) e Alessandro Petretto (Università di Firenze e già assessore al Bilancio del Comune di Firenze nella giunta Renzi). La discussione tra questi ‘scienziati delle finanze’, moderata dal caporedattore del Tg3 Guido Torlai, ha offerto diversi spunti di riflessione su cosa possano fare o meno le fondazioni bancarie senza cadere nella ‘cattura’ degli amministratori locali. Questo perché il punto di vista è sostanzialmente diverso: mentre l’amministrazione richiede interventi immediati per far fronte alle urgenze, le fondazioni devono lavorare su interventi a lungo termine.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Se una fondazione bancaria deve erogare risorse per finanziare organizzazioni che fanno interventi di pubblica utilità locale e nazionale – spiega Barbetta – può farlo tutelando il proprio patrimonio, ovvero seguendo le regole standard della finanza come la diversificazione patrimoniale. Perché il fatto di favorire l’investimento locale non deve mettere a repentaglio la produttività futura. Cariplo ha 8 miliardi di patrimonio e quindi ha ampio spazio per le diversificazioni, ma per le fondazioni piccole questo diventa più problematico. Si può ricorrere allora ai frutti del patrimonio, le erogazioni, ma le cifre di cui si parla diventano decisamente più ridotte. Fino ad ora abbiamo immaginato un modello di intervento che non è il migliore possibile – ammette Barbetta – perché il vantaggio della fondazione bancaria non sta nei quattrini ma nella sua natura privata”.

Ed è qui che entra il gioco il cosiddetto policy making. Tutti i relatori sono concordi sul fatto che la fondazione di origine bancaria sia un soggetto che, in collaborazione con gli enti pubblici (comune, terzo settore, università ed enti di ricerca), possa finanziare l’innovazione a livello delle politiche pubbliche e valutarne la sua efficacia. A dispetto delle amministrazioni, quindi, le fondazioni bancarie possono assumersi il rischio di sostenere l’innovazione sociale e la valutazione delle politiche pubbliche. Un vantaggio che va sfruttato non per sostituirsi agli enti pubblici ma per offrire dimostrazioni da poter poi implementare: le fondazioni bancarie diventano quindi gli attori privilegiati della rete territoriale per coprogettare le politiche pubbliche e per indirizzare meglio l’uso delle risorse, anche se scarse.

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