I commenti online sui siti di news hanno un futuro oppure aumenteranno le testate giornalistiche che impediscono la possibilità di commentare, trasferendo le discussioni su Facebook e social media? Parte da questa domanda il panel di discussione che si è tenuto a Perugia durante il Festival internazionale di giornalismo che ha visto come protagonisti Greg Barber del Washington Post, Federica Cherubini (Wan-Ifra), Emma Goodman (Lse Media Policy Project), Chris Hamilton (direttore social media di Bbc News) e Luca Sofri (fondatore de Il Post).
La domanda non ha trovato una risposta univoca e forse vale il principio espresso da Sofri in uno dei suoi interventi: “Non esiste, sotto nessun piano, una soluzione buona per tutti, come è successo per i business model. Non è detto che se un esperimento funziona in un sito funzionerà in un altro”.
“Molti commenti sono incivili, irrilevanti e disinformati e fatti da una piccola percentuale di lettori – rileva la Goodman, facendo riferimento ad alcuni studi in materia -. Le news organization non hanno abbastanza risorse, preferiscono utilizzarle per il giornalismo piuttosto che per moderare le persone”. C’è anche poi un’altra questione: la storica rivista Popular Science ha deciso qualche anno fa di chiudere i commenti perché secondo alcuni studi, almeno per quanto riguarda i temi scientifici, i commenti negativi e disinformati hanno un fortissimo impatto sulla comprensione dell’articolo, provocando l’effetto – disastroso – di influire sugli altri lettori al punto da farne travisare il significato. Molti altri giornali si sono accodati, però, come sottolineato durante il panel, dopo poco tempo hanno riaperto i commenti, magari con regole un po’ differenti (dalla necessità di iscrizione a quella di usare la propria identità reale).
Molti giornali online, forse anche per non ‘sprecare’ mezzi umani ed economici, delegano lo spazio commenti ai social media, dove si sentono molto meno responsabili della moderazione e del contenuto degli interventi e dove si crede che l’uso dei propri nomi reali limiti il contenuto ‘spazzatura’ e l’inciviltà, ma è una constatazione facilmente smentibile esaminando una qualsiasi conversazione su Facebook o Twitter sotto gli articoli condivisi dai giornali.
Sulla “delegazione” dello spazio commenti ai social media Chris Hamilton fornisce una spiegazione: “Penso che il motivo per cui molti si affidino ai social media è perché un gran parte della loro audience è lì – afferma il responsabile social media di Bbc News -. Se guardiamo al futuro bisogna comunque ricordarsi che anche i social fanno parte del rapporto con i lettori e sono ben costruiti per gestire i commenti”.
Ancora Sofri pone altra carne al fuoco: “Nei commenti de Il Post ci sono ogni tanto cose interessanti, una parte che ci aiuta a correggere e integrare gli articoli, persino cose inutili ma che sono brillanti e spiritose. La loro quota è molto inferiore alla quota di cose che non vorrei vedere su Il post e devo decidere se buttare il bambino con l’acqua sporca o fare una selezione tra bambino e acqua sporca, che spesso offende molto l’acqua sporca. O butto via tutto quanto oppure cerco meccanismi alternativi e paralleli (social network ad esempio). Che cosa mi danno? – si chiede Sofri – Ne ho bisogno? Nel rapporto costi benefici, quali sono i benefici?”
Greg Barber del Washington Post (che insieme al New York Times e a Mozilla sta sviluppando un software per gestire al meglio l’interazione tra giornali e lettori: The Coral Project) prova a dare qualche indicazione ed evidenzia quali siano le aspettative dei commentatori: “Vogliono anonimato, moderazione (che significa anche curation dei contenuti), un posto per l’interazione personale, interazioni civili e non conflittuali, una mission chiara”. Cosa si può fare per migliorare? “Interagire con coloro che interagiscono meglio, sottolineando e seguendo l’opinione e la persone che l’hanno espressa, anche fuori dal sito, magari su Facebook o Twitter)”.
“Anche il commento dei lettori è parte del giornalismo – evidenzia ancora Barber -. I commenti danno valore alla persone che li scrivono, sono contenuti generati dagli utenti, diventano a volte aggiunte all’articolo, aiutano anche a raccogliere dati sul proprio pubblico. Ci sono tanti lettori che non commentano ma che leggono i commenti e questo indica la loro fedeltà al giornale: sono quelli che tornano e che sottoscrivono gli abbonamenti. Questo tipo di relazione è ciò che dobbiamo coltivare oggi”.
Tirando le fila, se da un lato nessuno riesce a dare una chiara identità, un chiaro valore e una quantificazione ai benefici portati dai commenti, dall’altro nessuno – e gli esempi di chi ha chiuso e poi riaperto gli spazi dedicati alle opinioni dei lettori lo dimostrano – riesce a negarne in toto l’utilità, sia per quanto riguarda l’offerta di uno spazio di confronto sia per quanto riguarda il loro contributo a un’attività – quella del giornalismo – che in questi anni sta cercando di reinventarsi.