Un punto di vista diverso per affrontare una tematica complessa come quella delle mutilazioni genitali femminili non con un approccio giudicante, ovvero condannare a priori tale pratica, ma con un approccio antropologico e sociologico per capire il contesto sociale in cui vengono praticate queste mutilazioni rispetto alla nostra cultura occidentale. È un relativismo culturale che può lasciare un po’ perplessi quello proposto dai laboratori “Corporeità, culture e mgf”, rivolti agli studenti delle classi quarte del liceo classico Ariosto, del liceo sociale Carducci e dell’istituto tecnico Bachelet. Le riflessioni emerse da questo percorso laboratoriale, svolto nei mesi di novembre e dicembre, sono state presentate dagli operatori del progetto e dagli studenti stessi alla sala Boldini durante il seminario “Il corpo, il mio peggior amico: culture giovanili del corpo nel mondo occidentale”.
L’Onu e l’Unicef considerano le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna che va condannata senza mezzi termini. Il laboratorio proposto ai giovani, invece, aveva il fine di raggiungere una presa di coscienza sulle motivazioni di queste pratiche per evitare la ‘superficialità’ delle critiche, rivalutando i concetti di ‘normale’ e ‘adeguato’ nelle diverse culture. Un’usanza culturale barbara e inacettabile praticata su delle bambine, quindi, rischia di essere vista come una “pratica normale in quel contesto sociale, perché viene praticata dalle famiglie stesse non con l’intento di provare dolore ma con un intento ‘migliorativo’ per preservare la verginità e fedeltà delle donne che solo così possono essere socialmente accettate”. Sono queste le parole usate da una studentessa per spiegare una delle tante cose che ha imparato dalle diverse attività svolte in classe sotto la guida delle cosiddette facilitatrici del progetto, Barbara Bartocci e Rita Maralla, insieme all’ostetrica Eleonora Telloli dell’associazione Centro Donna Giustizia.
“Non giudicare queste pratiche non vuol dire giustificarle – mette in guardia Paola Castagnotto nel doppio ruolo di responsabile del Centro Donna Giustizia e dell’Ufficio Comune per l’integrazione socio sanitaria – però è anche vero che affermare che il diritto all’inviolabilità del corpo femminile venga prima di qualsiasi diritto culturale è riduttivo. Tali pratiche non smetteranno di esistere solo perché c’è una legge che le punisce, deve essere messo in campo un processo culturale e sociologico più ampio e trasversale”. “Prima di condannare è necessario capire cosa c’è dietro in un’ottica sociale – specifica Laura Lepore dell’ufficio alunni stranieri e istituzione servizi educativi del Comune di Ferrara – in quanto il corpo non è un oggetto naturale ma culturale. Per unire questi due aspetti in contraddizione, ovvero il nostro bisogno di conoscenza di una cultura diversa dalla nostra con la tutela dei diritti dell’inviolabilità del corpo della donna, il laboratorio ha affrontato il tema della corporeità nei suoi aspetti sociali”. Un taglio antropologico e sociale che è piaciuto anche all’assessore all’istruzione Annalisa Felletti, che lo definisce un “approccio trasversale positivo perché solo conoscendo le differenze tra le diverse culture è possibile combattere le discriminazioni anche in occasione della giornata contro il razzismo”.
Se il dialogo interculturale rimane sempre una sfida positiva, però, in questo caso il confronto rischia di sfociare in un calderone. Le modificazioni del corpo nel mondo occidentale – Rossella Ghigi, docente di sociologia all’Università di Bologna, porta a esempio i disturbi dell’alimentazione per raggiungere l’ideale di snellezza imposto dalla nostra società – vengono fatte per sentirsi parte della comunità. Certo, il mantenimento della coesione nella comunità è anche una delle motivazioni per cui vengono ancora compiute queste ignobili pratiche di mgf, ma l’abisso è lampante.
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