Il Castello Estense gode di buona salute ma deve guardare al futuro per continuare a essere vivo. Se l’attuale mix tra parte museale e amministrativa, dato dalla combinazione tra la mostra temporanea di Giovanni Boldini e Filippo De Pisis e l’attività degli uffici provinciali, sembra essere un format vincente, nel futuro a lungo termine si stanno delineando alcune linee guida per valorizzare il monumento simbolo della città estense. La programmazione che guarda al 2019 può essere sintetizzata in quattro punti: il progressivo passaggio a una gestione comunale che lo metterà al centro del sistema museale territoriale, la conferma dell’identità del Castello come museo di se stesso, la riprova della funzione mista per evitare la completa musealizzazione e, infine, la creazione di un progetto condiviso e unitario sulla parte extramuseale.
Questa la sintesi dei temi affrontati stamattina all’Imbarcadero durante l’incontro pubblico “Quale Castello?” organizzato da Comune e Provincia come primo momento di confronto pubblico sul futuro del Castello Estense, sia dal punto di vista gestionale che culturale. Dopo la presentazione delle linee guida delineate dal presidente della Provincia Tiziano Tagliani e dal vicesindaco del Comune Massimo Maisto, l’incontro è proseguito con un lungo dibattito che ha coinvolto cittadini, associazioni e operatori turistici per tracciare nuovi spunti di riflessione su quello che sarà il futuro del monumento che più ci rappresenta al di fuori delle mura estensi. Una sorta di convocazione degli ‘Stati Generali’ del Castello anche se al vicesindaco preme sottolineare che “non siamo all’anno zero”: “Il Castello gode di buona salute – annuncia Maisto – sia dal punto di vista quantitativo, con il raggiungimento della quota di oltre 128mila visitatori, il livello massimo da prima del 2008, sia qualitativo con una buona gestione da parte della Provincia, con un tempo record di partenza del cantiere post terremoto e con esempio concreto e visibile di uno dei possibili utilizzi del Castello come sede di mostre temporanee”.
Se il Castello gode di una salute di ferro, però, non si può dire altrettanto di tutto il quadro istituzionale che gli gira intorno: “Il riassetto dell’ente provinciale – spiega Tagliani – porta con sé alcune criticità rilevanti come la difficoltà di programmazione, l’incertezza sulle deleghe e il bisogno di ricollocare gli spazi di proprietà della Provincia”. Questo spiega il progressivo passaggio del monumento dalla gestione provinciale a quella comunale con l’obiettivo di mettere il Castello al centro del sistema museale territoriale di prossima realizzazione. A questo proposito la riflessione si allarga a palazzo Massari, Municipale, Schifanoia, Diamanti: “Il Castello deve dialogare con questi vicini contenitori – commenta Tagliani – e in primis deve comunicare con il palazzo Ducale, come era un tempo. Per questo è in programma la riapertura del percorso Castello-palazzo Municipale perché, nonostante le diverse funzioni istituzionali, vanno letti in maniera unitaria e, perché no, visitati in maniera unica”.
Tra i punti chiave del progetto figura che il Castello deve rimanere il museo di se stesso: “Si può pensare a come arricchirlo – assicura Maisto – ma deve mantenere questa identità principale”. Un ruolo che va di pari passo con il dissenso alla completa musealizzazione: “In campagna elettorale se ne sono sentite tante – ammette il vicesindaco – ma sarebbe sbagliato trasformare un monumento di questa importanza in un solo e totale museo, per contro è giusto che mantenga una funzione mista sia museale che amministrativa. In pratica un polo di attrazione per i turisti che racchiude al suo interno una porzione di attività amministrativa per mantenere il Castello sempre vivo e animato”. Infine, gli ‘Stati Generali’ del Castello chiedono un progetto condiviso e unitario sulla parte extramuseale da mettere in piedi insieme ad altri enti per ridimensionare gli uffici e creare spazi congressuali.
Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta. E tutti vorrebbero sedersi alla tavola imbandita, come dimostrato dai numerosi spunti di riflessione proposti dal pubblico. A dare il via al dibattito è Alessandro Fortini, presidente dell’ente Palio, che mette il mondo paliesco a totale disposizione del Castello: prima con la speranza di dedicare in maniera permanente o semipermanente uno spazio del monumento all’esposizione del ricco patrimonio del palio, e poi con l’auspicio di poter rendere vivo il Castello con i migliaia di giovani che militano con passione nelle contrade. Una visione più flessibile rispetto al museo del Palio proposto durante le elezioni dal capogruppo di Forza Italia Vittorio Anselmi, anche lui intervenuto nel dibattito per chiedere l’istituzione di un comitato scientifico che sovrintenda la gestione del simbolo della città.
E mentre Alessandro Orsatti, titolare dell’omonima ditta che gestisce il bar all’interno del Castello, sogna una visione di commercializzazione del monumento, Maria Chiara Ronchi, titolare della società Itinerando che gestisce i servizi del Castello, sogna di arrivare a quota 500 visitatori al giorno rispetto ai 350 di oggi. D’accordo su tutti i punti Riccardo Cavicchi di Cna che vede il Castello non solo come museo del territorio in grado di ospitare iniziative temporanee, ma anche come potenziale contenitore congressuale. Una sorta di beaubourg ferrarese immaginato anche da Michele Pastore, presidente della Ferrariae Decus, che presenta la sua idea di centro culturale polifunzionale prima di passare la parola a Sergio Fortini, vicepresidente di Città della Cultura/Cultura della Città, secondo cui i problemi non sono negli spazi ma nei contenuti, per cui occorre puntare di più a una rete internazionale per trasformare i visitatori in ‘abitatori’ del Castello.