Copparo
16 Dicembre 2014
Continua senza parte civili il processo al chirurgo che non operò la ragazza, deceduta il giorno successivo al ricovero

Decesso al Sant’Anna, l’ospedale risarcisce i familiari di Carlotta

di Ruggero Veronese | 3 min

ospedale conaCopparo. Verrà deciso da uno scontro tra consulenze mediche il processo che vede imputato il medico del Sant’Anna Paolo Fabi per la morte di Carlotta Benini, la 22enne copparese deceduta nell’estate del 2012 nell’ospedale di Cona in seguito a un’occlusione intestinale. Gli esperti contattati da procura e difesa dovranno infatti chiarire al giudice monocratico un elemento fondamentale per far luce sulla vicenda: la presenza o meno di sintomi, che avrebbero potuto – o dovuto, a seconda della versione che prevarrà – indicare la necessità di un intervento chirurgico di urgenza.

I fatti contestati risalgono al 17 luglio 2012, quando la giovane, ex studentessa in cerca di prima occupazione, si recò insieme al padre al pronto soccorso di Copparo a causa di forti dolori all’addome. Dopo aver visionato le lastre, i medici la inviarono al Sant’Anna per una consulenza chirurgica, ma la giovane morì il giorno successivo dopo un repentino peggioramento delle sue condizioni. Poteva essere salvata? La procura non ha dubbi: già tre anni prima la ragazza aveva subito un massiccio intervento all’intestino, che secondo il consulente del pm Nicola Proto, ascoltato ieri dal giudice Amore, avrebbe dovuto far suonare un campanello di allarme nel personale sanitario.

Un allarme che non fu però lanciato dal dottor Fabi, ora a processo con l’ipotesi di omicidio colposo. Il medico, di turno la notte in cui arrivò la giovane, la fece ricoverare nel reparto di chirurgia, ma decise di non operarla. Secondo il difensore del chirurgo, l’avvocato Zobeide Pastorelli, “nessun chirurgo si sarebbe azzardato a disporre un intervento chirurgico demolitivo in quella situazione”. Cioè su una paziente già debilitata dall’operazione di tre anni prima e che – secondo la linea difensiva – non presentava sintomi che indicassero la gravità del caso.

Un punto sostenuto anche dal consulente tecnico di parte, il dottor Stefano Bonilauri dell’ospedale di Reggio Emilia, ma che trova invece l’opposizione della procura, secondo cui proprio il background sanitario della paziente avrebbe dovuto spingere i medici ad agire con urgenza. Il consulente della procura nella sua relazione scende anche nel dettaglio di alcune misure precauzionali e diagnostiche che si sarebbero dovute mettere in atto, come l’inserimento di un sondino per rilevare eventuali complicazioni. Mentre tra i testimoni chiamati in aula dalla procura entra in gioco anche il padre della giovane vittima, che ha raccontato di aver accompagnato la figlia al pronto soccorso proprio per l’estrema preoccupazione per le sue condizioni.

A proposito dei familiari della vittima, durante l’ultima udienza gli avvocati di parte civile, Monica Tartari e Massimo Soffritti, hanno rimesso la propria costituzione nel processo, uscendo quindi dal processo penale. L’azienda Sant’Anna ha infatti raggiunto un accordo privato con la famiglia, con relativo risarcimento economico. Il processo continuerà quindi solo con il confronto tra procura e difensori dell’imputato.

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