“Chi ha fatto le indagini ha trattato questa cosa come se fosse casa sua, ma un ospedale non è una casa, è una delle strutture più complesse da costruire e le tecnologie sanitarie cambiano sempre”. È lapidario uno degli imputati per nel processo Cona, Ruben Saetti, presidente di Progeste, durante l’ultima udienza tenutasi davanti al giudice collegiale.
Il tema è quello delle ormai famigerate perizie di variante che, secondo l’accusa, avrebbero portato alla lievitazione dei costi per il nuovo ospedale. “Le varianti in un ospedale – rincara Saetti, esaminato dalla pm Patrizia Castaldini – sono la sua salute”. In particolare l’esame di concentra sulla perizia di variante numero cinque, quella considerata la “variante di una variante”: “La variante 4 – spiega Saetti – prevedeva delle cose ma non conteneva tutta la parte impiantistica. Una serie di decisioni sono state rinviate a una variante successiva per il motivo più semplice – rimarca -: non era possibile avere tutti gli elementi per decidere sulla parte impiantistica e questa non è una cosa strana”. Alla pm che osserva come in una casa gli impianti si progettino prima, il presidente di Progeste – assistito dall’avvocato Paolo Trombetti – ribatte secco: “Un ospedale non è una casa”.
Si parla anche della questione calcestruzzo ma anche qui Saetti è deciso: “Sono state fatte delle verifiche ed è stato dimostrato che l’RCK25, pagato per tale e non per RCK30, aveva anche una durata maggiore, dunque il calcestruzzo non è stato impoverito come si è detto in altre occasioni”.
Una parte dell’esame dell’imputato – sul quale pendono cinque capi d’accusa – riguarda anche i costi per la costruzione di ‘Cona 2’: “La parte nuova – afferma Saetti controllando un foglio con i calcoli – è costata 140.458.444,49 euro, questi sono i soldi che Progeste ha il diritto di incassare”. Una cifra che si discosta dall’importo contrattuale, stabilito in circa 137 milioni di euro, comprensivo dei miglioramenti sulla parte costruita (Cona 1): “Vorrei far notare che stiamo parlando di 1288 euro a metro quadro per la costruzione di un ospedale, quando le cifre medie di partenza si aggirano tra i 1600 e i 1800 euro e, con i ribassi, difficilmente vanno sotto i 1400 euro”. La cifra non include però le varianti e neppure le ‘alte tecnologie’: “Erano tutte escluse dall’appalto e la parte più rilevante dell’incremento dei costi è dovuto alle alte tecnologie il cui importo è stato di circa 16,5 milioni di euro”. Quella totale, sempre secondo quanto riferito in tribunale da Saetti – e in attesa che si concluda il processo civile per le somme delle quali Progeste chiede il riconoscimento – è di 166.457.006,84 euro. “Mi pare – commenta Saetti – che parlare di costi lievitati non sia corretto”.
La pm Castaldini ha dato anche lettura di alcune intercettazioni telefoniche in cui emergevano alcune preoccupazioni per lo stato dei lavori e la sicurezza: “Mi pare evidente dalle telefonate – si difende il presidente di Progeste – che io venivo informato dei problemi con circa 6-8 mesi di ritardo. Ma dopo essere stato informato mi sono subito preoccupato per il rispetto dei criteri di sicurezza e, ad esempio, quando ho avuto il sospetto che un fornitore nona avesse fatto una sovrapposizione di ferri tale da non garantire la stabilità monolitica della struttura ho chiesto se fossero state fatte le verifiche e, in effetti, l’ingegner Malvezzi mi detto che erano state fatte anche più verifiche del necessario per sicurezza”.
Dopo Saetti è stato il turno di Mario Colombini, difeso dagli avvocati Giuseppe Bana, Giacomo Gualtieri e Antonio Solinas: “non mi sono mai occupato dei contratti e della forniture per l’ospedale di Cona, di cui sono venuto a conoscenza solo in occasione della perquisizione effettuata presso la mia abitazione”, racconta in tribunale l’ex ad della Calcestruzzi Spa.
L’imputato sostiene che i contratti con il Consorzio Cona e con la Società Consortile Economale “sono stati sottoscritti, come previsto dalla struttura organizzativa societaria, dal direttore commerciale e riesaminati, ai fini della successiva esecuzione, dal direttore di zona, mentre la predisposizione dei mix design del calcestruzzo fornito è stata realizzata dal responsabile del servizio tecnologico di zona”.
Colombini spiega quale era l’organigramma dispositivo dell’azienda. Lui, quale consigliere delegato si occupavo della pianificazione strategica, della approvazione dei budget di gestione annuali, la cui implementazione era demandata al direttore operativo, coadiuvato dai direttori di zona, dell’approvazione degli investimenti che superavano un certo ammontare o non erano previsti a budget, degli aspetti organizzativi e delle acquisizioni e/o dismissioni di assets e/o partecipazioni. I contratti con i clienti di interesse nazionale erano invece negoziati dal direttore commerciale, in accordo con i direttori di zona e venivano poi trasmessi agli stessi direttori di zona per la gestione e l’esecuzione.
L’attività produttiva – continua la sua spiegazione ai giudici – era strutturata su 10 zone operative, con a capo un direttore di zona, cui era assegnata la responsabilità della gestione dell’intera attività. L’attività dei direttori di zona era sottoposta alla supervisione del direttore operativo e, a partire dal settembre 2007, anche del direttore generale. “Le ricette per la produzione dei diversi tipi di calcestruzzo – conclude – erano predisposte dai responsabili del servizio tecnologico, presenti in ciascuna zona, sulla base degli impegni contrattuali assunti con il cliente”.