Politica
5 Ottobre 2014
La presidente della Camera e il politologo Diamanti a confronto su rischi e potenzialità della 'crisi di fiducia'

Il sogno di Laura Boldrini: “Trasformare le proteste in riforme”

di Ruggero Veronese | 4 min

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(foto di Alessandro Castaldi)

I modelli e i limiti della rappresentanza parlamentare, la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni e la democrazia ai tempi della ‘antipolitica’, sovrana ormai incontrastata – e forse incontrastabile – del dibattito politico. L’intervista di Eric Yozsef (Liberation) alla presidente della Camera Laura Boldrini e al politologo Ilvo Diamanti è di quelle che avrebbero sollevato parecchio interesse tra i grandi filosofi che a partire dal ‘700 si interrogarono su pregi e difetti dei sistemi democratici. Uno dei quali – il conte di Montesquieu – non a caso viene anche tirato direttamente in ballo da Diamanti nel sottolineare gli inevitabili rischi che derivano da un potere completamente delegato agli organi di rappresentanza. Mentre la Boldrini, i cui discorsi si rifanno più direttamente al proprio operato come presidente della Camera, si concentra soprattutto in un appello ai cittadini affinchè “la sfiducia verso la politica non offuschi la capacità di giudizio dell’elettorato”.

Entrambi i protagonisti dell’intervista condannano senza mezzi termini – seppure da diversi punti di vista – la deriva ‘antipolitica’ ormai padrona del dibattito politico. Una deriva che secondo Diamanti comincia negli anni ’90 con la caduta dei grandi partiti di massa, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. “Dopo Tangentopoli condussi uno studio sul linguaggio politico – afferma il politologo – e venne fuori che era difficilissimo trovare un politico che ammetteva di esserlo. Tutti dicevano di essere ‘prestati’ alla politica e di non avere idea del funzionamento delle istituzioni. Ma questa antipolitica è di per sé una forma di politica”. Una sorta di ‘dilettantismo’ politico che secondo Diamanti cominciò a essere assai efficace dal punto di vista della comunicazione (“l’unico argomento che oggi funziona è quello della sfiducia verso la politica”) ma che si rivela assai rischioso all’atto pratico, “visto che stiamo coltivando una politica in cui ognuno per essere eletto deve dichiarare di non avere idea del lavoro che dovrà fare”.

La soluzione, secondo la Boldrini, è quello di lavorare a testa bassa e mostrare i risultati a una cittadinanza sempre più restia ad ascoltare. La presidente della Camera cita la riduzione del 30% degli stipendi del personale di Montecitorio e l’apertura del palazzo alle delegazioni di cittadini, studenti e professionisti, oltre agli atti di trasparenza come la desecretazione delle rivelazioni del pentito Carmine Schiavone, dei dati della commissione sulla morte di Ilaria Alpi o del cosiddetto “armadio della vergogna” sulle stragi nazifasciste. “Sto cercando di mettere questo in pratica perchè da cittadina vedevo che non avveniva. Per rimediare a quella distanza dalle istituzioni frutto di una politica non altezza, dello sperpero di risorse e della serie di scandali che ci sono stato, tutti elementi che hanno lasciato un segno nella sfiducia dei cittadini. Ma noi dobbiamo trasformare le proteste in riforme: solo così saremo credibili”.

Ma questi sforzi per la sobrietà e la trasparenza delle istituzioni vengono davvero peceipiti dai cittadini?, è la domanda con cui Yoszef incalza la presidente della Camera. La cui risposta successiva è l’unico passaggio del dibattito in cui solleva più mugugni che applausi dal pubblico del Teatro Comunale. “Non basta mai – replica la Boldrini -. Eppure immaginatevi cosa vuol dire avere stipendio tagliato del 35%”. La sala si scuote e i commenti che salgono dalla platea verso i ‘privilegi’ di chi lavora in Parlamento indicano chiaramente l’umore del pubblico. La presidente si scalda nel tentativo di chiarire il concetto: “È demagogia dire che la democrazia deve essere a costo zero. Stiamo cercando di tagliare gli sprechi coi fatti e non con le chiacchiere: in due anni abbiamo tagliato il budget della Camera di 230 milioni di euro e bisogna dare atto di quanto stiamo facendo, anche se c’è chi pensa solo a criticare. Ma chi è nelle istituzioni deve avere la forza di fare dei cambiamenti attraverso gli strumenti della rappresentanza e delle istituzioni”.

Il discorso sul ‘dilettantismo’ in politica porta Diamanti e la Boldrini a criticare anche la scelta di abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Il rischio, secondo entrambi, è quello di lasciare la politica in mano alle lobby e ai gruppi di interesse, come avviene negli Stati Uniti quando i suoi due partiti devono trovare finanziamenti per le campagne elettorali. “È una legge che abbiamo approvato – afferma la presidente della Camera – ma secondo me abbiamo fatto un passaggio senza capire le sue implicazioni. In nessun paese europeo non esistono i finanziamenti ai partiti, e negli Usa si verificano enormi problemi quando i partiti devono trovare i propri sponsor. Questo ora in Italia succede in nome dell’antipolitica e non mi sembra un gran passo in avanti. In politica c’è bisogno di gente capace, ma deve essere pagata. Non si può basare tutto sul volontariato e la scelta che è stata fatta avrtà conseguenze molto pesanti”. Un discorso analogo a quello di Diamanti, che dietro l’abolizione del finanziamento pubblico vede il rischio di una democrazia che – come ai tempi dell’antica Grecia – era fatta “dai notabili per i notabili”. Il pericolo, insomma, è quello di lasciare i partiti in mano alle oligarchie in grado di finanziarli.

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