A un anno dalla tragedia di Lampedusa, in cui persero la vita 368 persone, l’accoglienza in Italia è rimasta precaria. Una situazione ancora in alto mare, quindi, fortemente denunciata da Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere Italia, Maisa Saleh, giornalista siriana vincitrice del premio Anna Politovskaja e Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre, durante l’incontro “Lampedusa un anno dopo” inserito nell’ambito del Festival di Internazionale. Una serata per ricordare il naufragio del 3 ottobre 2013 ma anche un’occasione per lanciare un appello per i bisogni umanitari dei profughi e per richiedere risposte concrete all’Italia e all’Europa.
Il breve incontro di piazza Municipale si è aperto con la proiezione del video realizzato dal fotografo Francesco Zizola, che si è immerso a 50 metri di profondità per vedere in prima persona il battello affondato, per capire come in una piccola imbarcazione di 20 metri potessero essere trasportate 400 persone, per conoscere i motivi di questa tragedia. E la risposta sembra essere solo una: “Non siamo riusciti ad aprire le nostre porte, i nostri occhi ed il nostro cuore per ricordarci che siamo tutti esseri umani”. E la situazione non sembra essere cambiata.
“In questo anno altre 3mila persone sono sparite in mare – comunica De Filippi – ma siamo felici che il premier Renzi abbia assicurato che l’operazione Mare Nostrum continuerà finché non ci sarà un impegno concreto dell’Unione Europea. È anche vero che l’Europa continua a mandare messaggi contradditori anche per quanto riguarda la situazione della Siria – incalza il presidente di Msf – perché da una parte sostiene la campagna per aiutare il popolo siriano, mentre dall’altra i Paesi come la Grecia e la Bulgaria ergono dei muri alle frontiere violando il principio del non respingimento e di conseguenza i diritti umani”. “Il contributo dell’Unione Europea per la Siria è veramente vergognoso” dichiara Saleh, la giovane giornalista siriana che ha sfidato il carcere, la tortura e oggi l’esilio per seguire la rivoluzione del suo popolo “che da 4 anni subisce la guerra e tutti i significati che essa comporta”.
“L’assistenza che l’Europa dà ai profughi sembra quasi selettiva – commenta Saleh – perché aiuta i profughi che forse potrebbero farcela in un’altra maniera, escludendo le persone che veramente non hanno più nulla. In pratica l’Europa non offre assistenza e aiuto alle persone più povere che pagano il prezzo più alto ritrovandosi a fuggire via mare. Il viaggio della speranza non ha come unico pericolo quello di annegare in mare – prosegue la giornalista siriana – in quanto chi sceglie di compiere questo percorso rischia di perdere tutto: vita, famiglia, soldi”. In effetti un viaggio costa tra i 7 e i 10mila euro, “una cifra che si raggiunge solo vendendo tutti i propri beni”, per finire stipati “in imbarcazioni troppo piccole e pericolose”. “Ogni giorno muoiono persone via mare ma anche via terra per quelli che cercano di lasciare il paese in maniera illegale, come ho fatto io stessa – sottolinea Saleh. – Chiedere accoglienza, asilo, aiuto ed assistenza non è un capriccio: la Siria è già stata riconosciuta dall’Onu come il paese più pericolo al mondo ma tutti noi abbiamo il diritto di vivere in un posto sicuro”.
Ma qual è il piano da adottare per far fronte a una situazione così critica? Una domanda lanciata anche da Brhane in collegamento da Lampedusa, dove ieri è stata celebrata la prima giornata della memoria insieme ai famigliari e ai sopravvissuti. “Vogliamo lanciare un segnale forte al governo perché non vogliamo più morti in mare: solo quest’anno 3mila persone hanno perso la vita nel Mediterraneo. Non si può andare avanti così, abbiamo bisogno di una legge organica sull’asilo”. L’appello lanciato da Lampedusa non è solo di “riconoscere il 3 ottobre come una giornata della memoria e dell’accoglienza”, ma anche di “dare un nome e un cognome alle vittime, ora sepolte in bare anonime sotto un numero da 1 a 368”. Il nome scelto per il primo anniversario è emblematico: “Proteggere le persone, non i confini”.