Spagna, Inghilterra, Italia e Francia si siedono allo stesso tavolo con l’Europa. Non è l’inizio di una nuova barzelletta ma la scena a cui si è potuto assistere ieri pomeriggio al convegno “Informazione sotto pressione. Il giornalismo tra etica e sostenibilità economica” svoltosi al Ridotto del teatro Comunale nell’ambito del Festival di Internazionale. I cinque giornalisti invitati – Anguel Beremliysky (commissione europea), Iñigo Domínguez (El Correo), Lee Marshall (giornalista britannico) ed Eric Jozsef (Libération), moderati da Tonia Mastrobuoni (La Stampa) – si sono confrontati sui punti di forza e debolezza che caratterizzano il giornalismo nazionale, europeo ed internazionale ai tempi della crisi. E il quadro generale emerso non è sicuramente tra i più positivi. Tutti i relatori, infatti, sono concordi nel sostenere che il problema di fondo dell’informazione ai giorni nostri sia l’ostacolo economico: lavorare molto di più con meno forze, meno risorse, meno tempo e quindi meno qualità.
“Chiedere ai giornalisti di realizzare lo stesso giornale con pochi introiti e con un terzo della redazione è una contraddizione senza eguali – dichiara Jozsef, corrispondente da Roma del giornale francese Libération e del quotidiano di Ginevra Le Temps – e questo problema deriva principalmente dalla rimessa in discussione dell’intermediazione e dal cambiamento del modello economico della stampa”. In effetti con l’avvento del giornalismo online che sta soppiantando sempre di più l’informazione su carta, il tema della sostenibilità economica dei giornali diventa ancor più preponderante. “Ora l’informazione è gratuita – prosegue Jozsef – perché i lettori non sentono più di dover pagare per ricevere informazioni che possono trovare gratis in internet. Ma la verità è un’altra: l’informazione costa. Se la stampa si assume l’impegno di rinnovarsi per continuare a lavorare bene, anche i lettori si devono assumere le proprie responsabilità perché la lettura è un dovere civico”.
Una visione ancora più desolata di questo modo di fare informazione è offerto da Domínguez, corrispondente in Italia del quotidiano del Paese Basco, El Correo, che parla del giornalismo come una vera e propria “macchina di produzione”. “Informare senza soldi è molto difficile e taglia la possibilità ai giornalisti di fare bene il proprio mestiere, di conseguenza la qualità si sta abbassando perché c’è molta più fretta. L’informazione sta vivendo un’era in cui è più importante l’aggiornamento continuo e la quantità degli articoli prodotti rispetto all’approfondimento e alla qualità, una situazione che porta i giornalisti a seguire la propria vocazione solo per un’etica personale”. Uno spunto di riflessione più positivo è quello proposto da Marshall, giornalista britannico che collabora con Condé Nast Traveller e Screen International, che mette in luce “la forza delle nuove forme di informazione all’infuori dei canali tradizionali”, portando ad esempio “l’uso dei social media che coinvolgono soprattutto i giovani come è accaduto durante il recente referendum per l’indipendenza della Scozia”.
Le criticità che investono il giornalismo nazionale ed internazionale sono ampliamente riscontrate anche in Europa dove “manca una esplicita politica dell’informazione e dei media”. A parlare è Beremliysky, addetto stampa della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, secondo cui “le sfide che deve affrontare l’Unione Europea sono sostanzialmente tre: continuare ad offrire la trasparenza dell’informazione garantendo l’accesso ai documenti, creare un dibattito europeo perché si sente la mancanza di un media dell’Unione che usi un linguaggio comune e, infine, adeguarsi alle tecnologie social media che comunque non faranno morire i mezzi di comunicazione tradizionali”. Se col senno di poi queste tematiche non appaiono così innovative, ampio spazio alla tavola rotonda è stato dato al brand che, come spiega Mastrobuoni, consiste nel ‘brandizzare’ la firma in una sorta di individualismo giornalistico che pone al centro non la testata ma la persona intesa come ‘marchio’, o dir si voglia ‘manager di se stesso’.
“La parola brand è molto ambigua – prende la parola Jozsef – perché da una parte ‘protegge’ i giornalisti dandogli un seguito ma dall’altra è inevitabilmente legata al mercato che deve evitare di cadere nello spettacolo”. “Il brand ha un potere attrattivo molto forte ma da solo non basta” sottolinea Beremliysky portando a supporto della sua tesi la situazione italiana “che non vede molti blogger giornalistici concorrere da soli ma che funziona di più quando è la testata stessa ad ospitare dei blog”. Indipendentemente dal marchio o meno, la soluzione per uscire dalla crisi del giornalismo concordata dai relatori sembra essere quella di “abbracciare il cambiamento, ovvero ripensare la stampa in chiave europea, che però deve essere accompagnato da una sorta di ritorno alle origini, nel senso che il mestiere del giornalista è per strada, a reperire informazioni e ad approfondirle in una inchiesta, e non di stare dietro a un monitor a rimescolare le informazioni prese da altri, con la smania di dover fare tutto di fretta e con il conseguente rischio di abbassare la qualità del livello di informazione”.