
Fabrizio Veronese e Guglielmo Bellan, le due vittime dell’incidente
San Giovanni di Ostellato. Piani di sicurezza inadeguati, attrezzature insufficienti, opere difformi dal progetto originali: è uno scenario desolante quello che emerge dalla consulenza tecnica in mano al pm Ciro Alberto Savino, che dal 22 febbraio scorso si occupa dell’inchiesta sul tragico incidente della chiusa di Valle Lepri. Le indagini sono chiuse e Savino ha fatto recapitare a cinque dei nove indagati gli atti di accusa per l’avvio della prima udienza preliminare: si aprirà così il procdimento che dovrà far luce sulle cause e attribuire le eventuali responsabilità per la morte di Guglielmo Bellan, 56 anni di Loreo, e Fabrizio Veronese, 53 anni di Rovigo, i due tecnici della General Montaggi Industriali (Gmi) che persero la vita, travolti da una bomba d’acqua, mentre effettuavano la manutenzione della diga.
Un tragico episodio da cui scaturirono immediatamente i sospetti della procura: i due lavoratori erano infatti al lavoro all’interno della chiusa, sgombera dall’acqua, quando una paratia cedette riversando in una frazione di secondo tutta la forza e la pressione del canale su Veronese e Bellan, che furono sommersi e sbattuti contro le pareti della chiusa. Sul posto non era presente alcun testimone e i soccorsi arrivarono solo in serata, quando i parenti dei due tecnici, preoccupati dal ritardo, cominciarono ad allertare l’azienda e le forze dell’ordine.
L’inchiesta si è sviluppata attraverso i rilievi geologici e meccanici sul campo, per chiarire sia le condizioni della struttura che le eventuali problematiche legate a cedimenti del terreno. E secondo Savino gli aspetti da chiarire per i cinque indagati che compariranno davanti al gup non mancano. A essere chiamati in causa con l’accusa di omicidio colposo plurimo sono due rappresentanti della Gmi (Maria Antonietta Strazzullo, amministratrice della società, e Federico Tita, direttore tecnico del cantiere) e tre tecnici che si occuparono del progetto della chiusa: il responsabile unico del procedimento Ettore Alberani, il progettista e direttore dei lavori Bruno Droghetti e il coordinatore della sicurezza Vittorio Blindo Malagò.
Per quanto riguarda Strazzullo e Tita, la procura ipotizza il mancato rispetto delle condizioni di sicurezza, sia a livello di formazione professionale ed equipaggiamento fornito ai due tecnici – che, se muniti di un salvagente, si sarebbero potuti salvare -, sia a livello di preparazione al lavoro specifico, visto che si sarebbe dovuto valutare e prendere coscienza dell’instabilità della paratia che causò l’incidente e agire di conseguenza. Alberani, Droghetti e Malagò dovranno invece chiarire diversi aspetti relativi alla realizzazione della chiusa, che da quanto emerso dalle indagini differisce dal progetto originale e subì delle modifiche attraverso una perizia di variante che la consulenza della procura definisce senza mezzi termini “peggiorativa” rispetto all’originale.
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