Cronaca
20 Marzo 2014
L'autopsia di Silvana Andreotti fu eseguita sulla base di una cartella clinica incompleta. Il giudice inoltra gli atti alla procura

Morte dopo l’operazione: è giallo sulle cartelle cliniche

di Ruggero Veronese | 3 min

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admin-ajax (8)Morì poche settimane dopo un’operazione chirurgica a un’ernia discale per una embolia polmonare massiva. A causa, secondo la procura, dell’imperizia e degli errori commessi all’interno della casa di cura privata Madre Fortunata Toniolo di Bologna. Primo fra tutti l’aver sospeso dopo soli tre giorni il trattamento post operatorio a base di eparina (un farmaco anticoagulante), che avrebbe evitato la formazione della trombosi che risultò fatale alla 69 enne Silvana Andreotti.

E durante l’ultima udienza si è assistito a un nuovo colpo di scena nel processo che vede vede alla sbarra, con l’accusa di omicidio colposo, il chirurgo bolognese Roberto Padovani e il medico di base Piero Facchini di Ferrara. La cartella clinica messa alla disposizione dalla clinica il giorno del decesso, sulla quale si sono basate l’autopsia e le relative indagini, è risultata infatti diversa – o meglio incompleta – rispetto a quella originaria, nonostante il timbro della casa di cura la certificasse come “conforme alla copia originale”.

Un fatto emerso durante l’udienza e che ha spinto il giudice Testoni a interrompere la seduta per inoltrare gli atti del processo alla procura, che potrebbe aprire un indagine sulla difformità di due cartelle cliniche che, stando alle attestazioni ufficiali della casa di cura, sarebbero dovute coincidere.

Ma il fatto assume rilevanza anche nel processo in corso, in cui il tribunale è chiamato a ricostruire quanto è accaduto dopo l’operazione di Silvana Andreotti. La donna viene infatti ricoverata per un’ernia al disco nel settembre del 2011 e dopo l’intervento, avvenuto senza intoppi, comincia una terapia di anticoagulanti. Un trattamento di routine per evitare trombosi nelle parti del corpo costrette all’immobilità e che, secondo il consulente della procura Lorenzo Marinelli, era ancora più giustificato nel caso di una donna anziana, con un passato da fumatrice e con difficoltà di deambulazione. Dopo soli tre giorni il trattamento viene però sospeso e, nelle due settimane successive, nella gamba sinistra della donna si forma la trombosi di 12 centimetri che causerà l’embolia polmonare fatale alla donna.

Il giorno del decesso il figlio della Andreotti, Enrico Colombani, chiede e ottiene le 23 pagine della cartella della clinica della madre, mentre nel contempo si rivolge all’avvocato Marco Linguerri per far luce sull’accaduto. La cartella viene messa a disposizione di Marinelli, che si basa su questo documento per ricostruire i fatti ed eseguire l’autopsia. Durante le indagini però la procura acquisisce dalla casa di cura una copia a parte della cartella clinica, che si rivela però ‘appesantita’ di nove pagine, che per buona parte vanno a formare il diario infermieristico sul decorso post operatorio della paziente. Un fatto confermato dallo stesso Marinelli, che ha confermato in aula di non aver mai visto le nove pagine aggiuntive della ‘vera’ cartella clinica prima dell’udienza.

Durante la seduta gli avvocati delle parti civili Marco Linguerri (legale di Colombani) e Camilla Zanardi (legale dei fratelli della vittima) hanno chiamato a in aula anche tre amiche della donna che, dopo la sua dimissione dall’ospedale, ne seguirono la convalescenza. Le testimoni hanno parlato in particolare della preoccupazione della Andreotti per la sua gamba gonfia, e di come l’amica avesse telefonato per chiedere spiegazioni al chirurgo Padovani che – secondo quanto riferito in aula – la rassicurò sul suo stato di salute e non le prescrisse o consigliò alcun farmaco o terapia.

Il processo vede come parte in causa anche la stessa casa di cura Madre Fortunata Toniolo, chiamata dalle parti civili come responsabile civile nel procedimento penale. E quindi, in caso di sentenza sfavorevole, destinata a pagare in solido i familiari della vittima. Durante l’ultima udienza l’avvocato Gino Bottiglione, legale della clinica, ha sollevato un difetto di legittimazione per escludere dal processo la casa di cura, ma la sua richiesta è stata respinta dal giudice Testoni.

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