Cronaca
7 Gennaio 2014
Rai 3 dedica la prima serata ai "morti di Stato" e risolleva dubbi sul rapporto tra magistratura e forze dell'ordine

Quando i casi Aldrovandi mettono in gioco la democrazia

di Ruggero Veronese | 4 min

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aldro1È stato il caso Aldrovandi ad aprire la prima puntata della nuova stagione di Presa Diretta, il programma di informazione di Rai 3 diretto in prima serata da Riccardo Iacona. Una puntata incentrata sui tanti “morti di Stato” che negli ultimi anni hanno riempito la cronaca italiana, come Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Michele Ferrulli e altri episodi meno noti ma ugualmente tragici. Una serata che non si proponeva di fornire al pubblico solo un excursus storico di quanto già accaduto, ma anche le ultime rivelazioni e non poche riflessioni sociali.

“Quando i casi Aldrovandi si moltiplicano, non si tratta più solo della sorte di singole famiglie: è in gioco la democrazia”. Iacona parla brevemente del “muro di omertà e depistaggi che la mamma di Federico ha dovuto piegare”, prima di spiegare il senso della puntata. In studio c’è anche Fabio Anselmo, avvocato penalista ferrarese noto per assistere anche le famiglie di Stefano Cucchi, Gabriele Uva e, più recentemente, di Dino Budroni. Vicende che ricordano quella di Aldrovandi. In cui, dirà a chiare lettere l’avvocato, “Quelli che dovevano indagare sulla morte di Federico sono gli stessi che hanno depistato le indagini”. Storie che secondo Anselmo “mettono in discussione il rapporto tra magistratura e forze dell’ordine”.

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Patrizia Moretti

Il servizio di Presa Diretta ricostruisce una storia assai nota ai ferraresi: dalla notizia della morte di Federico ai primi sospetti della madre e degli amici, dall’entrata in scena della testimone chiave fino al passaggio del fascicolo dalle mani dal pm Maria Manuela Guerra a quelle del collega Nicola Proto, che riuscì a far condannare i quattro agenti. Le telecamere di Rai 3 riescono a incontrare Anna Marie, la donna camerunense che assistette all’omicidio di Aldrovandi e (“nonostante il permesso di soggiorno in costante bisogno di essere rinnovato”, sottolinea Iacona) scelse di riferire tutto al processo. Ma la testimone è ancora convinta che non tutti quelli che sapevano abbiano parlato: “Non credo di aver visto solo io – afferma Anne Marie -. Sono sicura che oggi c’è ancora qualcuno in tempo per dire qualcosa, e non solo nel mio condominio”.

E anche Patrizia Moretti, dopo aver raccontato delle prove nascoste e dei depistaggi durante le indagini, chiede ancora una volta a chi non ha ancora detto tutto di farsi avanti. “Vorrei che prima o poi nella questura di Ferrara qualcuno parlasse – afferma la madre di Aldrovandi -, perchè credo che siano in molti a sapere”. E la Moretti non si tira indietro neanche di fronte alla domanda più scomoda di Iacona: “Se credo che Federico abbia visto qualcosa che non doveva? Esattamente. Credo che abbia visto qualcosa su alcune di quelle persone. Due di quei quattro poliziotti sono di quel quartiere e Ferrara è una città piccola, dove ci si conosce. Si sanno molte cose gli uni degli altri in questa città”. Dubbi che per il momento restano senza risposta. Anche a causa, come afferma lo stesso programma Rai 3, di “tutte le azioni di depistaggio e falsificazioni nella procura di Ferrara”.

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L’avvocato Fabio Anselmo

Si torna al tempo presente, con la manifestazione del Coisp sotto agli uffici del Comune, con un’intervista al segretario del sindacato di polizia Franco Maccari, sempre convinto che i quattro poliziotti condannati “hanno subito un danno clamoroso rispetto alla pena che dovevano scontare” e che non dovrebbero “stare in mezzo ai delinquenti che il giorno prima avevano arrestato”. E che crede di trovarsi di fronte “a una domanda simpatica” ma evita di rispondere direttamente, quando gli viene chiesto se Enzo Pontani, Paolo Fontani, Monica Stegani e Luca Pollastri – tutti ormai pronti per tornare in servizio -, non sono a loro volta delinquenti.

Si torna al presente, con quello che si può imparare dalle tristi storie dei “morti di Stato”. Anselmo è convinto che “di magistrati come Nicola Proto non ce ne siano tanti”. Un esempio, in negativo, si vede nel caso Uva, dove “il pm è stato sottoposto a due procedimenti disciplinari, per quale motivo ha ancora il fascicolo in mano? Viene il dubbio che sia più per difendere se stesso che per fare le indagini”. Per questo, secondo l’avvocato ferrarese, “il magistrato a volte deve essere chiamato a fare un passo indietro”, e in questi casi “ci deve essere un controllo pubblico su come deve essere orientata la giustizia, seguendo le indicazioni della Corte di Strasburgo in tema di diritti umani”. O resteranno sempre casi in cui, come chiude amaramente Iacona, “è molto difficile arrivare a una sentenza quando ci sono in mezzo gli uomini dello stato”.

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