Ferrara si fa teatro di un dibattito sui diritti umani in Cina, organizzato nel pomeriggio di sabato 28 settembre in collaborazione fra la Cgil ferrarese e il Centro interculturale italo cinese a Palazzo Bonaccossi. A dialogare, moderati da Miriam Cariani della Cgil, Jin Cai, presidente del Centro interculturale, Leopoldo Tartaglia, responsabile delle relazioni globali del sindacato e Simone Pieranni, giornalista che collabora con Internazionale e direttore del sito web Chine files.
“L’informazione che arriva in Italia dalla Cina è veramente superficiale –avverte subito Pieranni -, esiste solo il racconto degli eccessi, ma il paese è molto complesso: ciò che a noi appare contradditorio per quella cultura spesso non lo è”. Parlare di diritti umani non può quindi prescindere dalla premessa che proprio i diritti umani sono qualcosa di relativamente nuovo per quella cultura e diverso rispetto alle nostre concezioni: “Nel 2010 il precedente governo cinese ha pubblicato un libro bianco sui diritti umani, non è una cosa da poco, ma per loro significa soprattutto garantire una vita dignitosa ai propri cittadini –spiega ancora Pieranni-. Negli ultimi decenni 300 milioni di persone sono state sollevate dalla povertà, c’è stato un grande fenomeno di urbanizzazione e spopolamento delle campagne in una nazione prevalentemente votata all’agricoltura: questo ha creato degli squilibri sociali enormi”. La politica del figlio unico –che conosce varie eccezioni, come ad esempio per le minoranze o per coppie di figli unici o per i più ricchi che possono cavarsela con una multa- è in fondo figlia di un processo di radicale cambiamento sociale: “Andava bene e aveva un senso agli inizi –spiega Jin Cai- ma oggi, in una società dove sono i figli a sostenere una famiglia allargata che invecchia sempre più crea problemi”. Ma i problemi sono anche di altro carattere: “l’aborto forzato cui sono costrette tante donne implica una violazione pesante dei diritti delle donne che si esplica anche nella pratica del femminicidio in una società fortemente patriarcale” continua Jin Cai. “Questa politica ha fatto che in Cina manchino 50 milioni di donne”, rincara Tartaglia.
Si arriva poi ai Laogai, i campi di lavoro forzato: “Si sa poco di ciò che accade al loro interno se non che si verificano pesanti violazioni dei diritti umani” spiega ancora Tartaglia. Il Partito sembra essersi aperto ultimamente ad una riforma ma rimane il vuoto di informazione: “L’assenza di notizie non può che farci porgere delle domande su cosa accade la dentro, se vengono effettuati esperimenti sui detenuti, sul traffico di organi, sullo sfruttamento delle donne”. Il capitolo informazione nel suo senso più esteso, paradossalmente, è però quello che lascia più speranza. “In Cina esiste un dibattito culturale sul futuro da intraprendere che forse non abbiamo neppure qui –spiega Pieranni-. Internet è considerato il più grande pericolo per il Partito: attraverso i social network ci si organizza, passano le informazioni, al suo interno si esprime la forte tensione sociale nonostante la presenza della censura”.
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