Attiva dal 2008, la comunità “Casa di Federica” -un progetto nato all’interno dell’associazione Arcobaleno- ha finora dato accoglienza e supporto a 12 nuclei familiari composti da donne (e i loro bambini) che hanno subito violenze o che comunque provenivano da un contesto di disagio sociale, familiare ed economico. Dal 25 settembre prossimo, ma in realtà la struttura è già vuota, per ragioni economiche (le rette pagate dai Comuni tardano ad arrivare a causa sia della crisi che del terremoto) chiuderà formalmente e le operatrici, insieme alla Cgil, si appellano alle istituzioni e alla cittadinanza per poter mantenere in vita il progetto.
Quello della “Casa di Federica” è – o meglio, era- un servizio unico in tutto il territorio provinciale: una struttura residenziale protetta, situata nei pressi della parrocchia di Sant’Agostino, per le donne in difficoltà e i loro bambini (sempre inviati dai servizi sociali o tramite decreto del Tribunale dei minorenni) dentro cui agivano 6 operatrici specializzate, aperta 365 giorni l’anno, tutti i giorni, tutto il giorno. Lo scopo di questa realtà finora non molto sconosciuta è quello di recuperare e ricostruire una dimensione di equilibrio e serenità nelle famiglie, ripristinando le competenze genitoriali e accompagnando gli ospiti negli iter sanitari e burocratici necessari, così come nella ricerca di un lavoro o nei percorsi di formazione. Finora ha servito i comuni della provincia, Cento, Codigoro, Copparo, Portomaggiore e, infine, anche Mantova.
Ma le difficoltà economiche di una realtà piccola e in equilibrio economico sempre precario, perlopiù derivanti dalla crisi che ha colpito gli enti pubblici che ne sfruttavano i servizi, hanno portato l’associazione Arcobaleno alla decisione di chiudere l’attività. Per questo le operatrici, insieme alla Flc-Cgil si stanno impegnando per mettere in piedi un tavolo di discussioni sia con le istituzioni provinciali sia con i privati e gli imprenditori che abbiano voglia di investire in un progetto simile. Fausto Chiarioni della Flc non esita a chiamare la comunità “un patrimonio della collettività”, soprattutto se, come aggiunge la sua collega Angela Alvisi “le spese dell’Asp provinciale sono in forte aumento proprio per le risorse da destinare alle donne e ai loro bambini che hanno subito violenza e che necessitano dell’allontanamento. La chiusura di questa comunità -continua Alvisi- determina un grosso costo sociale per il territorio”. Costo sociale a cui si aggiungerebbe anche quello economico per l’intera collettività dato che, come ha riportato solo qualche mese fa Maria Cecilia Guerra, viceministro del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità, ogni anno l’Italia paga 2,4 miliardi di euro tra costi diretti e indiretti per la violenza perpetrata sulle donne.
Poi ci sarebbero loro, le 6 operatrici -Luisa Lampronti, Ilaria Ghelfi, Denise Perticarini, Carla Leni, Tiziana Scialpi e Gabriela Negacinki- che perderebbero il lavoro, ma l’argomento non è in primo piano: “non è importante il nostro stipendio -sostengono con molta fermezza- a noi interessa che il progetto vada avanti, anche con altre modalità, in un’altra sede e perfino con diverso personale se necessario: non vorremmo che un’esperienza simile venisse buttata via senza che neppure se ne parli”. Ecco allora l’appello rivolto alle istituzioni e a chiunque possa essere interessato a trovare una soluzione per permettere alle donne in difficoltà di continuare ad avere un supporto completo nella consapevolezza che, alla fine, come ben esemplificato da Paola Castagnotto del Centro donna giustizia “quando sparisce un pezzo della catena, il danno è per tutto il sistema”.