Attualità
16 Ottobre 2012

Quando i genitori fanno (anche) gli allenatori

di Federico Pansini | 2 min

Argomento scottante, quello che voglio sottoporvi oggi nel blog, ma che spero porti a considerazioni interessanti ed un confronto aperto tra tutti Voi.

No, questa settimana non scriverò di calcio giocato, serie A, B, Lega Pro o serie D.

Per una volta vorrei addentrarmi in un ambito delicato, che all’apparenza dovrebbe rappresentare la parte sana del mondo pallonaro.

Mi è capitato, lo scorso anno, di assistere ad un torneo di calcio giovanile: ragazzi, ma è meglio dire bimbi (età media 8 anni, tra cui anche mio fratello) divisi su diversi campi.

Un clima spensierato sul terreno di gioco, gli allenatori a fare da arbitri, guide ed organizzatori.

Tutti questi piccoli atleti, con le maglie quasi più grandi di loro, a sfidarsi, senza saper bene cosa fare, come colpire la palla, senza interpretare un ruolo preciso: ma non importava, quello che emergeva in un contesto simile era la felicità di giocare, il modo forse più genuino di vivere lo sport.

Quello che invece mi ha letteralmente disgustato e anche fatto incazzare è stato quando dal campo mi sono ritrovato sulle tribunette: padri, madri, fratelli (come me), amici di amici di amici. Trenta, forse quaranta e in alcuni casi anche di più gli anni di differenza con i bimbi in campo, tutti letteralmente invasati, alienati, visibilmente alterati.

Ho visto scene di gente anche più grande di me, alzarsi attaccarsi alla rete e sbraitare per un fallo (quando in campo i bimbi cascavano per terra per poi prontamente rialzarsi come se nulla fosse accaduto), urlare all’allenatore di non togliere il figlio/nipote/parente/conoscente. Ho visto gente che si è messa a battibeccare, mandandosi a quel paese, perché un bimbo ha “sbagliato” un gol.

 

Tanta gente usa la parola genitori “ultrà”, ma lo spirito di Curva è un altra cosa, si urla e si canta per altre cose.

Qui stiamo parlando di bimbi che guardano il loro allenatore e a volte ne vedono un altro, quello che dovrebbe essere l'”allenatore di vita” fuori dal campo che si trasforma.

Ecco la cosa che mi ha fatto più male è stato lo sguardo di questi bambini un po’ perso, senza capire a chi dare ascolto.

Lungi da me generalizzare, ma il perché i ruoli non vengano rispettati in queste occasioni ancora  mi sfugge. A Voi la parola!

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