Aggiornamento del 7 marzo 2022: Entrambi gli imputati sono stati assolti dalla Corte d’Appello di Bologna perché il fatto non costituisce reato
Operata per un’ernia al disco in una clinica privata di Bologna e deceduta nel giro di due settimane a causa di un’embolia polmonare massiva, provocata da una trombosi nel sistema circolatorio. Una morte di cui si continua a discutere nelle aule del tribunale, quella della 69enne Silvana Andreotti, in un processo che vede alla sbarra per omicidio colposo il chirurgo bolognese Roberto Padovani e il medico di base Piero Facchini di Ferrara. Accusati dalla procura di Ferrara di non aver sottoposto la paziente alle adeguate terapie anticoagulanti – solitamente prescritte a chi si trova immobilizzato per diverso tempo dopo un intervento chirurgico – e di aver sottovalutato quel gonfiore alla gamba della Andreotti che nel giro di pochi giorni avrebbe provocato la trombosi fatale.
Accuse che vengono respinte in aula dagli avvocati difensori e dai loro assistiti, come il chirurgo Padovani che ieri pomeriggio si è sottoposto a un lungo esame davanti al giudice e alle parti in causa per difendere il proprio operato. Tutto il processo gravita attorno a una singola parola: eparina. Il medicinale anticoagulante la cui somministrazione fu sospesa tre giorni dopo l’intervento della Andreotti dallo stesso Padovani. “Una scelta ben precisa”, ha dichiarato il chirurgo, spiegando che furono le circostanze particolari della paziente a indurlo a interrompere il trattamento.
Secondo Padovani infatti la somministrazione di eparina, per quanto “sia un trattamento standard che somministro regolarmente dopo le operazioni”, trova riscontri molto contrastanti nella letteratura scientifica sia riguardo alla sua efficacia, sia sulla sua durata, sia – soprattutto – sui suoi possibili effetti collaterali. “Non esiste una dimostrazione scientifica o matematica del fatto che l’eparina scongiuri le trombosi”, afferma il chirurgo, citando poi una rivista scientifica secondo cui “la profilassi farmacologica (quindi anche il trattamento in questione, ndr) si deve confrontare con il rischio di sanguinamento che può dare origine a complicazioni con esiti catastrofici”.
Fu quindi per precauzione che il chirurgo – secondo la sua versione – sospese la terapia anticoagulante. Ma per prevenire quali esiti catastrofici?, è la domanda degli avvocati Camilla Zanardi e Marco Linguerri (parti civili per conto rispettivamente dei fratelli e del figlio della Andreotti). Il chirurgo spiega che la presenza di un sanguinamento nella zona del drenaggio aveva fatto temere per possibili complicazioni a livello neurologico (di cui si trova traccia nella letteratura specializzata), mentre il rischio di trombosi sembrava trascurabile anche per via dell’ottima capacità di recupero mostrata dalla paziente il giorno successivo all’intervento. Una risposta che solleva ulteriori perplessità da parte delle accuse, che fanno notare come nella cartella clinica non vi fosse alcuna annotazione riguardo a questo sanguinamento. Un appunto tutt’altro che trascurabile ma che il chirurgo attribuisce a una dimenticanza.
La vicenda purtroppo prese una tragica piega e starà ora al tribunale, dopo aver ascoltato anche il secondo imputato, stabilire se la morte della 69enne sarebbe potuta essere scongiurata attraverso la somministrazione di eparina. Secondo i consulenti delle parti civili, i dottori Lorenzo Varetto e Marco Moia, la donna avrebbe avuto probabilità di salvarsi superiori al 90% se avesse assunto l’anticoagulante. Ma il giudice Monica Testoni dovrà prendere atto anche delle consulenze difensive che verranno esaminate nella prossima udienza per chiarire se a causare la tragica morte fu una colpa dei medici o se si trattò di una sfortunata e inevitabile casualità.