9 Gennaio 2014
Affissi manifesti con foto, indirizzo e numero di telefono del professore Edgardo D'Angelo: "Chiama il boia e digli cosa pensi di lui"

Ex ricercatore Unife nel mirino degli animalisti

di Daniele Oppo | 5 min

Sperimentazione animaleDopo il caso degli insulti e degli auguri di morte rivolti via Facebook a Caterina Simonsen, la giovane studentessa di veterinaria presso l’Università di Padova affetta da diverse malattie genetiche e schieratasi a favore della sperimentazione animale, ora tocca a Edgardo D’Angelo, assistente presso l’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università di Ferrara dal 1967 al 1972 e oggi professore di fisiologia umana presso l’Università di Milano, diventare bersaglio degli attacchi di alcuni attivisti animalisti.

Decine di manifesti contenente l’indirizzo, il numero di telefono e una foto del professor D’Angelo (e dei suoi colleghi Alberto Corsini, Maura Francolini e Claudio Genchi) sono stati infatti affissi nel quartiere Città Studi di Milano accompagnati da inviti non proprio concilianti: “Edgardo D’Angelo, vivisettore e assassino di animali. È un tuo vicino. Da più di 50 anni tortura e uccide cani, conigli e altri animali per esperimenti sulla fisiopatologia respiratoria. Vergogna assassino. Chiama il boia e digli quello che pensi di lui”, recita uno di questi. Sempre a Milano, qualche mese fa, un gruppo di attivisti animalisti aveva fatto irruzione presso lo stabulario dell’Università Statale ‘liberando’ alcune cavie e mandando a monte anni di lavoro e ricerche.

D’Angelo e suoi colleghi non sono i primi a subire attacchi del genere, già Nature si era occupata tempo fa del problema anche il professor Ottorino Belluzzi, docente Unife presidente del Comitato etico per la sperimentazione animale dell’Università di Ferrara conferma: “Conosco persone che hanno abbandonato l’attività stanchi di essere insultati e attaccati”. È evidente che il tema dell’uso degli animali nella ricerca biomedica ha un forte impatto nell’opinione pubblica, anche per via delle immagini molto cruente diffuse da alcune associazioni che mostrano animali maltrattati quando non proprio torturati: “Le cose che vengono mostrate o che si leggono sono molto lontane dalla realtà, forse accadeva tanto tempo fa ma oggi non accade, io almeno non ho mai avuto esperienze simili, anche perché condizioni simili renderebbero inutili gli esperimenti – spiega ancora Belluzzi -. Negli stabulari, compreso il nostro che presto verrà rifatto e reso super moderno, gli animali (a Ferrara in prevalenza ratti e conigli per i quali è anche attivo un sistema per l’adozione post sperimentazione, oppure lucertole e uccelli in libertà per gli studi comportamentali, ndr) sono tenuti con grande cura, con dei cicli di luce, temperatura e umidità controllata, sotto sorveglianza del veterinario dell’Università e con controlli a campione dei veterinari provinciali e regionali”. Condizioni di vita molto lontane dai ‘lager’ descritti in tante pagine sul web: “Se un veterinario riscontrasse la stessa umidità che c’è costantemente a casa mia e di cui mia moglie si lamenta tanto mi farebbe chiudere lo stabulario” si lascia andare ancora il presidente del Comitato etico.

Certo, utilizzare animali per la sperimentazione non è una scelta indolore e priva di problemi, già il fatto che esista una stringente regolamentazione a livello europeo (che l’Italia si appresta a rendere maldestramente più restrittiva penalizzando importanti filoni di ricerca, come quello sugli xenotrapianti), complesse linee guida, un comitato etico deputato ad analizzare e approvare gli studi che ne richiedono l’uso e un complesso iter autorizzativo e di controllo sono degli indicatori in tal senso, ma gli animali sono più che mai fondamentali nella ricerca: “Si tratta di un male necessario, ma è lo stesso dilemma etico dell’alimentazione sia che riguardi mangiare carne che solo vegetali ed è anche qualcosa legato alla vita stessa: essa passa necessariamente attraverso l’uccisione di altri esseri viventi, basti pensare alla reazione del nostro organismo quando entra in contatto con gli agenti patogeni”. Ma gli animali, soprattutto se d’affezione, hanno sicuramente un impatto emotivo superiore rispetto a dei ‘miseri’ batteri o virus: “Cerchiamo di fare ogni possibile sforzo per garantire la minimizzazione della sofferenza degli animali mantenendo sempre ottimali le condizioni di stabulazione – afferma Belluzzi -. Non li usiamo volentieri ma nella comunità scientifica c’è una sostanziale unanimità nel riconoscere l’importanza del loro uso per capire il funzionamento del corpo, sviluppare nuove terapie e nuove medicine utili all’uomo ma anche agli animali stessi”. Già perché “la biologia molecolare ha evidenziato come i meccanismi di funzionamento siano molto comuni fra l’uomo e gli altri animali” e non a caso molti medicinali e perfino “quasi tutti gli antibiotici” possono essere utilizzati sia per curare gli esseri umani che gli amati animali. Ci sono ovviamente le eccezioni ma, d’altronde, sono un modello e non una copia esatta (la sperimentazione continua infatti sull’uomo con la fase dei ‘trial clinici’ e poi della farmacovigilanza una volta che i farmaci entrano in commercio) e se ci fossero certezze assolute e tutto fosse già chiaro non ci sarebbe neppure bisogno di continuare a studiare e fare ricerca.

È vero però che si parla spesso di metodi alternativi ma finora si sono rivelati più che altro complementari: “Un metodo molto efficace è quello di testare sulle cellule – spiega ancora Belluzzi – ma poi bisogna necessariamente verificare le reazioni su un organismo attivo, per ora è difficile pensare che si possa fare tutto con un computer. Io stesso mi sono dedicato all’attività di ricerca su modelli matematici di neuroni del sistema nervoso simpatico, lavoro per il quale si partiva da dati ottenuti con sperimentazione su animali: purtroppo bisogna passare per gli animali”. L’alternativa al loro uso per ora ha solo due strade: “O si rinuncia a sviluppare nuovi farmaci o si sperimenta direttamente sull’uomo, opzioni che non vorrei si verificassero mai”.

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