Nel frattempo il cielo sa come sono andate le cose…

9.

Forse sono solo le cinque o le sei ma non credo sia più tardi. Sento gli uccellini del mattino, delle prime ore, cinguettare, invitando al risveglio. Non riesco ad aprire gli occhi, vorrei prendere tra le mani il cellulare e guardare che ora è, ma è come se mi mancassero del tutto le forze. Mi sento sfinita, azzerata, annientata, anche le gambe sono come macigni, eppure ho preso sonno alla solita ora.

Cosa mi succede? Non capisco, è come se qualcuno mi avesse immobilizzato e da qui non potessi più muovermi, non dovessi, cerco la forza in qualche zona remota del mio corpo per vedere se ci sei, se sei tra le coperte del tuo letto. Non riesco. E allora sento un lieve rumore come di una porta che si socchiude e questo mi basta a girarmi e ritornare al sonno.

Ma non è il sonno di sempre, è una sorta di letargo profondo che mi protegge dalla veglia, che mi chiude nel profondo per difendermi da forze oscure, malvagie, che ancora ignoro.

Sono le otto, tutto si accende della luce solita del giorno che entra nella nostra vita, nel nostro tempo. Eppure mi sento come un involucro senza forza, cui è stato rubato qualcosa di vitale, di essenziale. Mi hanno tolto qualcosa? Derubata dell’ossigeno, dell’aria… entro nella tua stanza, ad accogliermi non trovo il rassicurante respiro pesante della gioia di esserci ma il vuoto, quel letto non disfatto, non scomposto, terribilmente in ordine. Capisco che non sei mai rientrato, e allora dove sei figlio mio?

Tuo padre è già incazzato, pensa che chissà quale stronzata hai combinato, e sennò perché non telefoni?

E allora guardo il telefono perché una chiamata, un messaggio tuo ci sarà pure, che so, mamma sto fuori, dormo da, non aspettarmi, non preoccuparti. Lo sai l’ansia che mi assale, mi invade tutta, anima e corpo, quando so che sei fuori la notte, il giorno… sei stato tu a dirmi di smettere con quella storia dei messaggi ogni ora, e sono arrivato e sto partendo e tra poco rientro.

E allora io cerco di smettere perché non voglio soffocarti figlio mio, voglio imparare a lasciarti andare per la tua strada, aiutarti a rafforzare la sicurezza, la certezza che un giorno dovrai pur fare tutto da solo.

E sul telefono non c’è traccia di te. Non c’è traccia di qualcosa che mi restituisca la vita in questo momento che mi manca tutto e barcollo tra un equilibrio stentato e il lasciar correre la tua noncuranza, come se niente fosse. Non ci riesco, so che sai delle mie paure, forse io non riesco a capire le tue, ma tu le sai le mie e le rispetti. E allora perché? Perché non ti trovo su questo fottuto cellulare e non ti trovo in stanza e non ti sento vicino, al sicuro? Perché?

Ti chiamo subito e non azzardarti a non rispondere o peggio ancora ad avere il cellulare spento. Non lo fare perché se non ricomincio a respirare tu mi prendi la vita e me la schiacci, figlio mio, me la porti lontana e i miei occhi soffocano in lacrime compresse perché tuo fratello non colga la mia fragilità di donna, di madre.

Rispondi Federico, dove cazzo sei? Federicooooo!!!

Non rispondi. Lino chiama, ti prego, è successo qualcosa. No, Federico non mi abbandonerebbe in questa assurda angoscia. Chiama, sono sicura che a te risponde.

 

«Chi parla?».

 

Come chi parla? Ma chi sei tu che rispondi al cellulare di mio figlio, porca puttana!

 

«Sono il padre di Federico. Lo stiamo cercando. Con chi parlo?».

«Sono un agente, abbiamo trovato un cellulare sulla panchina all’ippodromo, stiamo facendo delle verifiche. Mi descriva suo figlio».

 

«Mio figlio è un ragazzo bellissimo, pieno di vita, con gli occhi di suo nonno e le sopracciglia folte folte, le labbra rosa. È bello come il sole, come una sinfonia di Mozart. È la gioia, è la vita».

 

«Cosa indossa?».

 

Abiti di seta leggera e ali di angelo, impossibile non riconoscerlo. Andiamo agente, sta lì, di fianco a lei e la sta ascoltando. Non faccia finta di niente. Si giri, lo guardi quell’ultimo respiro che aleggia intorno alla sua fottuta burocrazia e me lo dica che mio figlio è sopra di lei e dentro la sua coscienza, il corpo lacerato, distrutto, devastato dalla rabbia, dall’odio.

 

«Va bene, va bene, vi chiamiamo noi, non appena abbiamo notizie».

 

Notizie?

Ma quali notizie, Federico è lì, ha sentito tutto e non te lo perdona di non avere avuto il coraggio di dire due parole vere, solo due, ma vere.

 

«Ha riattaccato Patrizia, non so, sembrava strano, mi ha fatto tante domande, non capisco».

«Lino, dobbiamo cercarlo, o vai tu o vado io. Non chiedermi di rimanere ferma ad aspettare. È successo qualcosa».

«Cosa vuoi che sia successo? Avrà combinato qualcosa altro, una delle sue cazzate, dimenticato il telefono. Ecco perché non ci chiama. Vuoi che chiamiamo l’ospedale?».

«Basta che fai qualcosa, non sopporto l’attesa. Lino chiama, ti prego».

«Mamma, intanto io vado, mi muovo, faccio un giro in bici e vedo se riesco a capire cosa può essere successo».

«Va bene, vai e appena sai qualcosa chiama. Per favore Stefano, non sparire anche tu».

«No mamma, faccio presto, prima che posso».

«Noi proviamo a chiamare anche i ragazzi, forse si è fermato a dormire da loro».

 

Mi sembra di impazzire anche se in realtà non ho motivo di pensare che sia accaduto qualcosa di irreparabile, l’ospedale non ha segnalazioni, la questura nemmeno, nessuno chiama.

È straziante stare ad aspettare che qualcuno mi dica Federico sta bene, che non gli è successo niente, che ha semplicemente dimenticato il telefono su una panchina e si è fermato a dormire da un amico, che non si è sentito bene. Eppure tu dovresti chiamare, farti prestare un fottuto telefono e farci sapere che stai bene. E sono sicura che se potessi lo faresti, per questo non mi do pace.

Stefano è rientrato. Niente.

Lino continua a chiamare. Niente.

Io non riesco più a stare in piedi e così mi distendo a terra nella tua camera. Chiudo la porta e piango. Sono ancora nell’attesa, snervante ma sempre attesa e ancora non conosco la disperazione alla quale questa lascerà il posto nel momento in cui avrò preso coscienza della tua inspiegabile, assurda uscita di scena.

Stefano mi raggiunge in camera e mi abbraccia.

Lino, tuo padre, continua a muoversi nervosamente tra le camere della casa, senza pace. È ancora convinto che tu ne abbia combinata una grossa, questa volta.

Tu????

Sono le dieci e quarantacinque quando quel maledetto campanello accende per l’ultima volta i nostri occhi di luce. Non ho il coraggio di aprire la porta. Tuo padre sì.

Sono tre agenti, poliziotti, persone, una anche amica di famiglia, cui hanno dato l’incarico ingrato della più atroce comunicazione.

 

«Lino?».

«Sì, parla, cosa ha fatto mio figlio».

«Non si capisce esattamente… pare che si sia sentito male all’improvviso, vicino all’ippodromo, dove hanno trovato il cellulare, hanno chiamato i soccorsi ma ormai non c’era più niente da fare».

«Lino, mi dispiace».

 

Stefano ha sentito tutto.

Io da questa camera non ci esco mai più figlio mio, non me lo chiedere di accettare la tua assenza, non riesco, non posso. Io resto qui, immobile, per me il tempo si ferma adesso e da questo momento non esistono più lancette meccaniche, orologi, la clessidra la faccio io, e la custodisco dentro me, dove nessuno la può vedere, nessuno la può interrompere. E poi la giro, e la giro ancora e così all’infinito. Stringimi Stefano, stringi la madre che ti hanno lasciato, quel pezzo che adesso sarà sempre solo metà, ma tuo, solo tuo. E comprendimi in questo abbraccio se puoi, sorreggimi con i tuoi tredici anni e non lasciare che sprofondi nel nulla che mi si apre davanti, dopo quella voce terribile, quell’annuncio tanto temuto e alla fine arrivato.

Non riesco a piangere, non riesco a parlare, non voglio vedere nessuno.

Voglio restare dentro questa camera e guardare l’abisso che la tua partenza mi ha spalancato davanti e voglio aggrapparmi e tenermi stretta a te perché prima o poi so che dovrò fingere la forza, il coraggio di camminare di nuovo, come se niente fosse.

Federico, mi chiami? Se mi dici dove sei vengo a salutarti, nemmeno quello mi hanno lasciato.

Dov’è adesso, dove lo avete portato?

 

«Era meglio che voi non lo vedeste, abbiamo pensato che sarebbe stato meglio spostarlo da dov’era… e magari farvelo vedere domani».

«E dov’era, porca puttana? Sono tre ore che cerchiamo ovunque?».

«Lino, stai calmo — dice la voce amica — , era all’ippodromo. Credimi, è stato meglio così».

 

Meglio così?

Perché, per chi? Voglio raccogliere il corpo di mio figlio, annusarlo, baciarlo, voglio vedere Federico.

 

«Forse dovevamo essere noi a decidere, non credi?».

«Lascia stare Lino, vai da Patrizia e Stefano. Noi ci sentiamo più tardi».

Il silenzio ha tanti modi di manifestarsi, abitarci la vita, rappresentarsi alle nostre coscienze.

Ci sono silenzi di cui abbiamo bisogno, silenzi imbarazzanti, silenzi indesiderati, silenzi fuori luogo.

Quando manca il fiato, le parole si affogano nel senso mancato, si strozzano le possibilità infinite della nostra esistenza in quelli che ora possono essere solo rumori estranei. Allora quella dimensione dentro la quale questa storia dovrà trovare cornice come possiamo chiamarla?

Le ragioni di alcuni eventi sono del tutto inspiegabili oppure semplicemente devono rimanere dietro le quinte con la certezza che tutti sanno perfettamente dove è bene che restino. Possibilmente per sempre.

Alla vita verrà restituito ossigeno solo se qualcuno troverà la forza di andare a vedere e dire a voce alta, senza timore, cosa si nasconde e perché.

Nel frattempo il cielo sa come sono andate le cose…

 

12 Commenti in: “Nel frattempo il cielo sa come sono andate le cose…”


  • Non Tesserati Curva Ovest ha scritto il 1 febbraio 2013 alle 15:55

    come è misera la vita negli abusi di potere! ciao federico

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  • Cristian@ ha scritto il 1 febbraio 2013 alle 16:51

    Ha fatto bene a scegliere questo capitolo, Francesca.
    Perche’ un momento come questo resta per sempre, immobile, sospeso fuori dal tempo e dallo spazio.
    E ogni volta che ci ripensi, che lo rivivi, e’ li’.
    Semra appartenere a qualcun’altro, vissuto da qualcun’altro.
    E’ un incubo, tutto e’ rallentato.
    E’ il momento della tua vita in cui tutto, ma proprio tutto, si frantuma in tanti piccoli pezzi.
    La fatica che e’ costata -dopo- a Patrizia, Lino e Stefano e tutti, i nonni, gli zii.
    La fatica di cominciare a ri-comporre..
    Ma penso che quel momento restera’ per sempre, immutato.

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  • ballarò ha scritto il 1 febbraio 2013 alle 19:58

    Commovente. 

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  • guerzoni massimiliano ha scritto il 2 febbraio 2013 alle 7:28

    Avvolte (forse sempre ) i figli è meglio seguirli e non lasciare che si rafforzino da soli, in particolare in una società come quella di oggi.

    Commento molto apprezzato! Thumb up 14

  • Marghe ha scritto il 3 febbraio 2013 alle 11:31

    Mi ha trascinata in quei momenti. Davvero centrato, bello. Grazie. 

    Commento molto apprezzato! Thumb up 9

  • Avvolte ha scritto il 4 febbraio 2013 alle 16:44

    Avvolte, forse sempre, sarebbe meglio controllare quello che si scrive, per evitare di esprimersi in un itaGliano scorretto… :p

    Thumb up 7

  • Ecce Homo ha scritto il 4 febbraio 2013 alle 17:33

    Lancio una proposta alla redazione, quella di lasciare per sempre questa pagina, inserendola nel modo che si ritiene più appropriato, sulla home page di estense.com.

    Commento molto apprezzato! Thumb up 9

  • Cristian@ ha scritto il 4 febbraio 2013 alle 21:04

    @Ecce Homo,
    oggi nel tardo pomeriggio, mentre accudivo mia figlia, qui a casa, ho avuto lo stesso identico tuo pensiero.
    Questa coincidenza mi colpisce, quando ho letto le tue parole sono rimasta esterrefatta.
    Stavo pensando a questa pagina, e che il direttore Zavagli e Francesca Boari potevano trovare il modo di lasciarla, proprio in home page.
    Anche l’altro articolo, collegato, mi ha colpito, molto.
    In particolare un punto sollevato dalla stessa Francesca.

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  • Ecce Homo ha scritto il 5 febbraio 2013 alle 10:17

    Poco prima, nell’inviare gli auguri di compleanno a una carissima amica le avevo scritto che “…al di là delle orribili vie che questa vita a volte ci costringe a percorrere, esiste un posto (una dimensione), dove le Anime belle si incontrano”: oggi cara Cristian@, in questo posto, vi ho riconosciuto la tua!

    Thumb up 2

  • Cristian@ ha scritto il 5 febbraio 2013 alle 10:40

    E invece io @Ecce Homo, quando ho lett le tue parole e sono rimasta stupita per la coincidenza e l’unita’ di pensiero, ho ricordato linsegnamento di un maestro buddista.
    In sintesi ‘Diversi nel corpo, uniti nella mente’, credo che in giapponese sia ‘.Itai Doshin’.
    Spero e credo che nella storia di questa famiglia e nella tragica morte di Federico, uesto principio si sia realizzato.
    Per le migliaia di persone che hanno sentito lo stesso amore, lo stesso dolore e hanno sperato e creduto nello stesso obiettivo di giustizia e verita’.
    E’ la forza del sentire comune e della determinazione.
    Guai al dubbio, che invece di costruire, mina profondmente e indebolisce.
    Ti ringrazio tanto perche’ mi hai fatto ricordare che questa e’ una verita’ ed e’ la realta’, a volte mi scoraggio e lo dimentico, ciao.

    Thumb up 2

  • marisa ha scritto il 5 febbraio 2013 alle 14:32

    …@anime belle…si chiama “fenomeno di Diksha”…particelle che compongono la materia
    vibrano insieme per risonanza e comunicano tra loro in tempo reale…cosi’ ogni volta che
    una persona “pensa” una cosa…il campo energetico genera …una “coscienza collettiva
    vibrazionale”…coinvolgendo altre persone anche in luoghi lontani o parlano lingue diverse
    P.S. la comunicazione mentale non ha linguaggio…ed io mi unisco a “voi”…

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