Mer 18 Mar 2015 - 4868 visite
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Aldrovandi, l’incontro tra agenti e genitori venne bloccato dall’alto

L'ispettore di Polizia: “A Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in carrozza”

ImmaginerUno degli agenti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi voleva chiarirsi subito con la famiglia, ma venne fermato da un ordine superiore. È la rivelazione che arriva, improvvisa e inaspettata, nel corso della presentazione del libro di Alessandro Chiarelli, ispettore di polizia in forza alla questura di Ferrara, che ha pubblicato “Il caso Aldrovandi 2005-2015”.

Nel corso del dibattito in sala Agnelli, biblioteca Ariostea, l’autore riflette “dal punto di vista umano” sui riflessi positivi che avrebbe potuto avere “un incontro tra la famiglia e coloro che hanno visto il ragazzo nei suoi ultimi minuti di vita”. “Prendetevela con la struttura”, grida la moglie di uno dei poliziotti presente tra il pubblico, svelando che “c’era chi voleva incontrare i genitori ma gli è stato vietato da chi era sopra di lui”. Parole che fanno tornare alla mente le uniche dichiarazioni pubbliche rilasciate da un altro poliziotto coinvolto, Enzo Pontani che il 6 luglio 2009, dopo la condanna di primo grado, affermò che “posso dire che stasera giustizia non è stata fatta. E posso anche dire che io la notte dormo sonni tranquilli, qualcun altro non lo so”.

È il momento più teso di un incontro che ha visto l’autore vedersi riconosciuto da parte del pubblico l’imparzialità dell’indagine data alla stampa in 900 copie per le edizioni Faust a dieci anni dall’uccisione di Federico. E da allora cosa è cambiato, chiede il moderatore Nicola Bianchi.

“È cambiato poco – la replica di Chiarelli -. La montagna ministeriale ha partorito il topolino, vale a dire una sperimentazione in due città, Milano e Roma, della dotazione dello spray al peperoncino. Non è un caso che dopo questa tremenda tragedia ne siano avvenute altre sostanzialmente identiche, da Rasman, a Ferrulli fino a Mangherini”.

L’ispettore di polizia ammette, anzi dà “per scontato”, “che gli errori ci sono stati, Federico è stato immobilizzato in maniera cruenta e non come da manuale. Ma chi doveva mettere i colleghi nelle condizioni di farlo si è adoperato per raggiungere questo obiettivo? C’è un gap grave e tecnico non solo di preparazione e addestramento nelle forze dell’ordine, che viene colpevolmente ignorato dalle autorità e dal ministero, che preferisce pagare risarcimenti milionari piuttosto che metter mano al problema”. L’autore arriva a dire che “se avessero usato lo spray al peperoncino le cose sarebbero andate diversamente” e punta il dito contro il Viminale. “Amato venne a Ferrara e disse senza alcun imbarazzo che si augurava un processo contro la Polizia”. A onor del vero l’allora ministro dell’interno, a Ferrara il 2 settembre del 2006, auspicava un processo verso i quattro poliziotti “grazie al quale la città possa vedere e capire cosa successe quella mattina”. “Ma la politica – prosegue Chiarelli – è impegnata a fare queste dichiarazioni e a mettersi in testa ai cortei a gridare verità e giustizia”.

Il libro parla anche di un tema “rimosso per un rispetto verso la famiglia o un indennizzo postumo da parte di un gruppo sociale che non è riuscito ad aiutare il ragazzo”. Quello delle droghe. “È mancato da un punto di vista culturale – si legge a pagina 125 dell’opera – un messaggio chiaro contro l’uso delle droghe e il loro mixaggio incosciente da parte di tanta parte della nostra gioventù, Federico Aldrovandi compreso”.

Chiarelli sostiene che “chiunque si sia permesso di dire che fosse drogato è stato eclissato. C’è stata una rimozione dell’argomento”. Una “malintesa vicinanza alla famiglia che non ha mai voluto sentir parlare di questo”. A dire il vero Patrizia Moretti, davanti all’assemblea degli studenti del liceo “Ariosto” il 4 febbraio 2006, prima ancora che iniziasse il processo, avvertì l’uditorio del fatto che non voleva che suo figlio fosse preso come esempio.

L’autore prosegue ed elenca le sostanze riscontrate nel sangue e quelle che si presume Federico abbia assunto (extasy, eroina, birra e “con tutta probabilità” popper e lsd). “Un mixaggio che dà conseguenze del tutto imprevedibili”. E ancora: “quando sento dire che l’lsd poteva aiutare la ricerca interiore inorridisco; l’lsd è una droga di sintesi dagli effetti devastanti, a prescindere dal fatto che si incontri o meno la polizia”. Da qui la conclusione: “che stesse male è un fatto concreto, che fosse nel panico e urlasse è un fatto concreto. Quindi la prima circostanza è che lui si è messo in quelle condizioni. I ragazzi non devono assumere droghe e mettersi in quelle condizioni. E io mi sono permesso di farlo notare perché non l’hanno fatto i giudici”. Ma i giudici non l’hanno fatto perché, come spiega la sentenza di primo grado a pagina 520 a proposito del “panico” in cui sarebbe precipitato il ragazzo, “Deve considerarsi ragionevolmente provato come i rumori, le urla, gli schiamazzi, denunciati dai cittadini siano dipesi dallo stesso scontro prolungato verificatosi, nei minuti precedenti la telefonata di intervento della forza pubblica da parte di Cristina Chiarelli, tra gli uomini della prima volante e Federico Aldrovandi, per cause ed in relazione a circostanze ignote”.

Il discorso dell’autore passa allora ad esaminare il comportamento della questura nelle ore immediatamente successive alla morte di Federico. E anche qui non mancano le sorprese: “era sbagliato già il mattinale nel quale nemmeno si parlava dello scontro, un tentativo riduzionista per risolvere la situazione come se ne sono visti tanti nel corso dei decenni in Italia. Anche a Ferrara ci sono state altre situazioni molto dubbie risolte in modo abbastanza ‘in carrozza’”. Circostanza questa che meriterebbe quanto meno un approfondimento.

Viene un altro tema spinoso. Quello del presunto abbandono di Federico da parte degli amici con cui passò l’ultima serata della sua vita. Chiarelli afferma che Federico chiese di non essere lasciato solo, “’sono troppo fatto’ diranno i suoi amici nelle prime versioni ritenute credibili nella sentenza di appello”, e che chi rispose alle chiamate compulsive che il diciottenne fece dal cellulare verso i suoi amici c’è chi riportò in seguito che “non capivo, diceva frasi senza senso” (in realtà i telefoni degli amici invece squillarono a vuoto, ndr). “Se Federico fosse stato in condizioni normali non sarebbe successo nulla – va avanti l’ispettore -, perché secondo la ricostruzione della prima colluttazione fatta dagli agenti, e io gli credo, fu lui ad aggredirli”. Ricostruzione che il tribunale di Ferrara definì “fantasiose ipotesi”, “bugie e le falsità” unite alla “spregiudicata strumentalizzazione dell’ambigua posizione iniziale di unici testimone dei fatti” […]. “Ambiguità, reticenze e menzogne che non depongono in favore degli imputati che hanno concordemente agito nel senso di coprire le proprie responsabilità anche a costo di descrivere uno stato della vittima a tinte fosche ed eccessive, dimostratesi poi false”. Non fu più tenera la Corte d’Appello di Bologna che a pagina 206 della sentenza parlò di “affermazioni difensive francamente risibili”, […] “le immagini di Aldrovandi sono agli atti e sostenere cose diverse non è possibile”.

Alla fine dell’incontro riprende la parola la moglie dell’agente, che sostiene come la testimonianza chiave di Anne Marie Tsegue non sia attendibile, avendo a suo dire fornito “quattro versioni diverse”. “Il processo – taglia corto Chiarelli – si basa su quella testimonianza oculare, cadrebbe tutto altrimenti”. E, ci permettiamo di aggiungere, tra le altre cose anche sulle 54 ferite sul corpo del ragazzo.

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