Lun 15 Apr 2019 - 327 visite
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Lo schiavismo più oscuro dietro alla patina dorata della moda

Dal libro 'Made in Italy'. A raccontare le proprie storie ex operai delle fabbriche tessili dei grandi brand

di Clelia Antolini

Le scorrettezze del sistema moda, italiano ed internazionale, sono relativamente e tristemente note all’opinione pubblica, ma acquistano un valore ben più marcato quando, a raccontarle, sono i diretti interessati, gli addetti ai lavori. Giuseppe Iorio, ex direttore della produzione per noti brand, e Kalpona Akter, ex operaia in aziende dislocate del settore, hanno fornito la loro versione dei fatti ad una platea gremita ed attenta, negli spazi di Factory Grisù.

Kalpona Akter, oggi direttrice del Bangladesh Center for Worker Solidarity, ha iniziato all’età di dodici anni a lavorare nelle fabbriche tessili del suo paese. Costretti ad orari disumani, per paghe ridicole ed in pessime condizioni igieniche, i lavoratori bengalesi hanno subito per anni l’egemonia dei grandi brand della moda.

A seguito del crollo dell’edificio Rana Plaza di Savar, che provocò più di 1100 vittime e 2000 feriti, le condizioni di sicurezza degli operai in Bangladesh sono migliorate, grazie a nuove normative specifiche; “…ma rimangono ancora grosse difficoltà – racconta la Akter -: i lavoratori non possono unirsi in sindacati o organizzazioni senza essere minacciati fino al licenziamento. Le paghe sono ancora insufficienti e gli orari restano spietati. Con questo non voglio assolutamente invitare al boicottaggio dei prodotti, noi abbiamo bisogno di questi posti di lavoro che risultano essere la principale fonte di sostentamento delle famiglie bengalesi, voglio solo invitare alla riflessione e alla condivisione delle nostre battaglie. Come può una maglietta costare 5 euro? Questo prezzo è indice del fatto che qualcuno sia stato sottopagato per farla”.

Ma anche attraverso lo sguardo opposto, la situazione non risulta così differente. Giuseppe Iorio proviene dalla direzione di grandi brand del lusso e, deluso dai dietro le quinte del settore, ha raccontato la sua versione nel libro “Made in Italy – Il lato oscuro della moda”.

“In Italia abbiamo bisogno della moda, sia economicamente che culturalmente – spiega Iorio -, ma non sembra strano che industrie da 26 miliardi di euro all’anno, portino poco più di 15000 posti di lavoro nel nostro paese? Per poi dislocare la produzione sfruttando gli operai. Oggi viviamo una realtà ancora meno confortante: la manodopera di molto paesi dell’Est costa esattamente quanto la nostra, eppure si preferisce trasferire l’incarico per non far circolare grossi volumi di denaro in una sola nazione, evitando alte tassazioni”.

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