Mer 23 Gen 2019 - 3644 visite
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Diamanti. La lettera di Vittorio Sgarbi a Estense.com

Gentile direttore,

ho lungamente pensato se fingere di ignorare o reagire con la dignità necessaria agli interventi apparsi sulla sua testata, in seguito alla autonoma e impeccabile decisione del Ministero dei Beni culturali, attraverso l’autorevole intervento, a rigorosa norma di legge, del direttore generale Gino Famiglietti, di cui tutti conoscono l’integrità e l’imparzialità.

So di essere influente, ma non accetto di essere l’immotivato bersaglio di insinuazioni e insulti, semplicemente per avere richiamato norme fondamentali della storica tutela del patrimonio artistico, evidentemente dimenticate a Ferrara, e ribadite da personalità sopra le parti, senza alcuna debolezza o complicità politica con me.

Voglio chiarire che io ho parlato a uno a uno con i firmatari dell’appello apparso sul Corriere, che non sono “vip” e in molti casi neppure miei amici.

Semplicemente persone autorevoli, o per profonde convinzioni o per competenza specifica, come Andrea e Vittorio Emiliani, Arturo Carlo Quintavalle, Eugenio Riccomini, Christophe e Sabine Frommel, Giuseppe Cristinelli, Mario Botta, Philippe Daverio, Mario Bellini, Luigi Malnati, Andrea Carandini, Elio Garzillo, Raniero Gnoli, Antonio Natali, Nicola Spinosa. Soprintendenti, professori, architetti. Nessuno ha firmato inconsapevolmente.

Vi sono poi personalità importanti della cultura italiana, e non solo, come Magris, Citati, Moni Ovadia, Tahar Ben Jelloun, Marc Fumaroli, Pupi Avati, che conoscono perfettamente Ferrara e Palazzo dei Diamanti e che sono, per cultura e formazione, totalmente contrari all’ampliamento del più importante monumento del Rinascimento ferrarese come lo sarebbero di Castel del monte o di Palazzo Farnese.

Altri ancora sono persone note, naturalmente indignate, e che hanno chiesto di entrare nella lista come, esemplarmente, Riccardo Muti: “Caro Vittorio! Sono Riccardo Muti. Ho letto sul Corriere l’assurda storia sul Palazzo dei Diamanti. Puoi aggiungere la mia firma alle tante già raccolte? Grazie e Buon (?) Anno”.

E’ questo il tono di chi mi vuole compiacere o firma come in un gioco di società? Il rispetto per quegli uomini, motivatamente illustri, fra i quali sarebbero certamente stati anche Giorgio Bassani e Paolo Ravenna, impone toni diversi da quelli scompostamente usati da Ruggero Veronese e Alberto Ronchi.

E ora un irresistibile comitato denominato “Biennale donna”, nel quale spiccano Lola Bonora e Anna Quarzi, continua a far riferimento a miei attacchi e insulti, di cui non si trova traccia.

Io non ho insultato né aggredito nessuno: ho semplicemente ricordato, oggettivamente, che la dottoressa Pacelli non ha i requisiti per dirigere Palazzo dei Diamanti (al concorso per dirigente del museo è stata preceduta da Ethel Guidi), e la sensibilità conservativa per presiedere la commissione del concorso per l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti.

Perché non si è chiesto di presiederla ad Andrea Emiliani, o a Elio Garzillo, o a Eugenio Riccomini, o a Luigi Malnati, già sovrintendenti a Ferrara, ma a una dipendente dal Sindaco, che la ha nominata e che a lui risponde? Non si può dire?

Dire la verità non è aggredire, come non ha senso essere appassionatamente solidali con chi non ha i titoli effettivi (in particolare per un concorso di architettura), ma solo un incarico fiduciario attribuitole dal sindaco.

Non capisco dove sia l’offesa, attribuendomi “una rabbia e un rancore” che non posso avere, e interpretando la denuncia di evidenti protezioni di partito (tutte nell’area del Pd, nella catena Franceschini/ Tagliani/Maisto/Zappaterra/Buzzoni/Pacelli) come “rozzezza e trivialità inaudite”.

Inaudita è la critica a un consolidato sistema di potere. Constatazione, non insulto. Vorrei che me ne indicassero gli estremi formali, i riferimenti a mie considerazioni ravvisabili come aggressioni e non, come sono state, denuncia di un sistema di potere. Una solidarietà come questa, per difendere rendite di posizione, senza pudore, è vera zavorra.

In ordine alla questione centrale, costituita dalla posizione ufficiale del ministero, che coincide con la mia ma non ne dipende, chiunque avesse conosciuto, nei suoi buoni studi, la legge, come richiama puntigliosamente Famiglietti, avrebbe saputo che era impossibile, se non come prova di forza del potere politico su quella magistratura che la Soprintendenza e il Ministero rappresentano, qualunque “ampliamento” che umili uno dei grandi palazzi del Rinascimento a “contenitore”.

A Ferrara si evoca la lesa maestà di chi vuole violare la legge, e strilla di non poter compiere un reato. Il mio appello e le firme erano semplicemente un richiamo alla legalità.
Ne risulta, dai suoi commentatori, che io avrei condotto “un attacco a un modello che rappresenta l’eccellenza”. 

Quale attacco? Io non ho mai discusso il modello di Ferrara e ho lodato, equanimemente, anche in queste schermaglie, le mostre su Ariosto, di Bononi, e, infine, “Stati d’animo”, che ho visto agevolmente, senza sentire l’impellente esigenza di un ampliamento del Palazzo per servizi come ristoranti o bagni, e osservando solamente che non ne comprendevo l’incompatibilità con la contemporanea mostra di una collezione esposta al Castello estense.

Da qui la scorretta insinuazione sulla “proroga”, che sarebbe stata solo a vantaggio del visitatore della città e dei suoi monumenti. Per chi viene a Ferrara, meglio due mostre che una, se se ne può avere la disponibilità. Troppo ragionevole.

Invito quindi Ronchi a verificare se le mie dichiarazioni sui titoli della Pacelli siano “assolutamente campate in aria”, e a spiegarmi quando e dove io abbia preteso di insegnare “come si fanno le mostre”, pur avendone fatte, e di successo, a centinaia.

Trovo inoltre umiliante per il gruppo che ha vinto un concorso architettonico, definire il progetto, per confondere le acque, come una “struttura non fissa, totalmente reversibile”. I primi a non accettarlo sono gli stessi progettisti. Bel rispetto per l’architettura contemporanea. La risposta non viene da me, ma dal dispositivo del ministero emesso, con una prassi assolutamente ordinaria, nei termini di legge.

Ritengo inoltre offensivo e inspiegabile, non avendo oltretutto avuto costi, ma solo ricavi, per il Comune, dire che “è stato anche sbagliato fare la mostra della collezione Cavallini Sgarbi in Castello”.

Una collezione è fatta di quadri e sculture. Secondo l’acutissimo Ronchi dobbiamo quindi giudicare “sbagliato” Niccoló dell’Arca, Lorenzo Lotto, Guercino, Cagnacci, Artemisia Gentileschi, Bastianino (proveniente dalla chiesa di San Benedetto a Ferrara), Bononi (proveniente dall’Oratorio della Scala a Ferrara e anche prestato alla mostra sul pittore a Palazzo dei Diamanti), Scarsellino (parte di una serie conservata anche a Ferrara), Garofalo, Ortolano (proveniente dalla collezione Costabili di Ferrara), Previati, Mentessi, De Pisis, Martelli, Magrini. Tutti artisti ferraresi. Tutte opere “sbagliate”? Quando si umiliano la realtà e la verità non si esprimono opinioni, ma inutili polemiche.

Veniamo a Ruggero Veronese, figlio di Andrea, con il quale spesso abbiamo parlato delle opere del padre Orlando, bravo e scrupoloso architetto, indicando la peculiarità dei suoi interventi edilizi nella scelta dei materiali. Ho trovato il suo articolo oggettivamente offensivo.
Io non ho fatto “battaglie personali” ma ho, insieme a persone di grande esperienza e competenza, proposto un manifesto culturale di richiamo alla legalità, contro l’invasione della politica nelle procedure e nelle garanzie di tutela stabilite dalla legge.

Accusarmi, poi, di mancare di coraggio vuol dire non conoscere la tempistica delle vicende. Appena appreso dall’architetto Malacarne di Italia Nostra, pochi giorni dopo la vittoria del concorso (che è il primo dato certo dopo il “lancio del bando”), ho manifestato pubblicamente la mia indignazione alla presentazione del libro di Giorgio Bassani, “Italia da salvare” (appunto!), dichiarando: “bisogna arrestare – intendendo fermare – Tagliani”. Nulla di politico, e nessuna “diligenza”, ma una argomentata denuncia del crimine annunciato. 

Non so che grado di cultura abbia Veronese, ma chiamare “conoscenti di Sgarbi, più che conoscitori di Palazzo dei Diamanti”, alcuni dei più grandi studiosi e architetti italiani, e non solo italiani, fra i quali grandi sovrintendenti (anche di Ferrara) come Andrea Emiliani, Luigi Malnati, Eugenio Riccomini, Nicola Spinosa, oltre a persone colte, certamente frequentatori di Ferrara e di Palazzo dei Diamanti, è un atteggiamento di presunzione e di ostilità (il grande scrittore Amos Gitai è architetto) pari a quello di chiamarli, come un giornalista di gossip, “Vip”.

“Vip” Fumaroli, Gnoli, il sindaco di Firenze Nardella, Pupi Avati, Pierluigi Cervellati, Frommel, Portoghesi, Botta, David Grieco, regista del film sul Pasolini, Andrea Carandini, illustre archeologo? No, caro Veronese, nessuna trappola. Ma l’indignazione spontaneamente manifestata dal “Vip” Riccardo Muti che ha voluto esserci.

Il “senso civico”, al quale si appella Veronese, non può essere che il richiamo alle regole e alla legalità che vale anche per Ferrara, nonostante l’arroganza della politica che ha pensato di scavalcarle. E disonestà intellettuale è anche soltanto pensare che la conservazione dei monumenti di una città come Ferrara, patrimonio dell’umanità (non di un partito politico), possa essere subordinata ad accordi di potere e a criteri di pura utilità.

La mia collezione non toglieva, aggiungeva a Ferrara. E va onorata, non disprezzata, se si conosce il rispetto e la dignità. Onore ai maestri e ai padri. Quella che difende Veronese è la presunzione di impunità della politica locale, che non accetta di perdere il potere o di dover rispettare la legge.

Il ministero, non io, ha stabilito l’inadeguatezza del progetto. Io l’ho semplicemente denunciata, in base alla conoscenza della legge, come uno scrittore può denunciare la mafia, ma è la magistratura che deve combatterla.

L’appello è un richiamo alle idee e ai valori, tutto meno che “un atto forsennato e sciagurato”, e tutto meno che una mia vittoria. È la vittoria delle idee, della ragione e della legge. La proroga della mostra non c’entra niente con la mia insurrezione istantanea nel momento della denuncia di “Italia Nostra”, a mostra in corso, con pieno coraggio e libertà, se chi polemizza vuole essere onesto. E’ una infondata insinuazione.

O devo tacere se stuprano, come molti e autorevoli con me pensano, un capolavoro assoluto e intoccabile del Rinascimento? È così difficile da capire?

Si può dunque ribaltare il proclama di Veronese. La salvezza da manomissioni di Palazzo dei Diamanti è una vittoria per Ferrara e per tutta l’Italia. La cattiva politica è stata sconfitta, non Ferrara. L’integrità di Palazzo dei Diamanti vale più dei milioni di euro stanziati per mortificarla, scomodando valori inesistenti in nome di un ristorante e di una toilette. Triste Veronese, poveri ferraresi. Oggi è un giorno di festa.

Vittorio Sgarbi

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