ven 13 Lug 2018 - 1742 visite
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Traffico illecito di rifiuti, denunciati due ferraresi

Padre e figlia gestivano un capannone abusivo a Pieve di Cento dove stoccavano rifiuti di dubbia provenienza

(foto di archivio)

Ci sono padre e figlia ferraresi dietro il maxi traffico illecito di rifiuti da oltre 5 milioni di euro stroncato dalla Polizia Ferroviaria per l’Emilia Romagna. La complessa indagine, durata oltre due anni, ha portato alla denuncia di 26 persone, per la maggior parte legali rappresentanti o titolari di aziende specializzate nel settore dei rifiuti, accusate di traffico e riciclaggio illecito di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi di provenienza ignota.

A capo dell’attività M.M., ferrarese di 68 anni, ‘volto noto’ nell’ambito del traffico di rifiuti con diversi precedenti specifici in materia, che insieme alla figlia di 27 anni gestiva l’attività illecita in complicità con altre aziende.

L’operazione – partita nel 2016 a seguito di numerosi controlli a campione effettuati dalla Sezione Rame della Polfer presso ditte di rottamazione contro il fenomeno dei furti di rame – è stata denominata “nonno di ferro”, soprannome del titolare 80enne di una ditta con sede nel cortile di un condominio a Bologna che commercializzava ingenti quantitativi di rifiuti senza autorizzazione.

Da qui sono partiti intercettazioni telefoniche, servizi di pedinamento e appostamenti per ricostruire l’intera rete che coinvolgeva aziende di San Giovanni in Persiceto, Faenza, Castenaso, Castelmaggiore, Finale Emilia, Minerbio, Russi, Savignano e Cento. Gli inquirenti sono risaliti a un capannone abusivo a Pieve di Cento, dove venivano stoccati ingenti quantitativi di rifiuti considerati dalla polizia di dubbia provenienza.

Nel capannone, i cui titolari sono appunto padre e figlia ferraresi, gli agenti hanno trovato rame, ottone, alluminio e batterie esauste che venivano stoccati e rispediti a diverse aziende emiliano romagnole, sempre con documenti falsi. Il giro di prestanome per impedire la tracciabilità dei rifiuti e quindi poterli reimmettere nel mercato lecito dello smaltimento si basava sull’azienda agricola del “nonno di ferro” che forniva la documentazione falsa al pregiudicato e a sua figlia.

Si stima che, nel periodo di indagine, la ditta di Pieve di Cento, abbia movimentato 936.310 chili di rifiuti speciali tra pericolosi e non, per un valore complessivo tra entrate e uscite di 5 milioni e 405mila euro. Il capannone, con tutto il materiale stoccato abusivamente e relativa documentazione, è stato sottoposto a sequestro ai fini della confisca. In tutto sono 31 gli indagati a vario titolo nell’indagine in mano al sostituto procuratore della Dda di Bologna Stefano Orsi.

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