ven 18 Mag 2018 - 771 visite
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Truffa ai clienti, allo Stato e appropriazione indebita. La procura chiede 8 anni per Schincaglia

Requisitoria del pm. Quasi sei milioni transitati sui conti del commercialista infedele. Alcuni reati estinti per prescrizione

Truffa ai clienti, truffa allo Stato e appropriazione indebita. La procura chiede in totale 8 anni di reclusione per Riccardo Schincaglia. E questo tenendo conto che alcuni dei reati contestati si sono estinti per prescrizione e altri non sono procedibili d’ufficio in assenza di una denuncia dei diretti interessati.

Si è tenuta davanti al giudice Debora Landolfi la requisitoria del pm onorario Elisa Bovi nel processo che vede il commercialista accusato di essersi intascato in modo fraudolento circa 500mila euro dai suoi clienti.

Nello specifico, la requisitoria ha affrontato i diversi capi di imputazione. Il primo riguarda l’appropriazione indebita per il denaro che Schincaglia si faceva consegnare dai suoi clienti e che non versava per il pagamento delle relative tasse. Per questo capo il pm ha chiesto di non doversi procedere per i fatti anteriori all’8 gennaio 2011 per intervenuta prescrizione. Per quelli successivi ha chiesto invece la condanna a due anni di reclusione e mille euro di multa.

Per altri fatti, procedibili solo a querela di parte, il pm ha chiesto l’archiviazione non essendosi le parti offese costituite in giudizio.

Per il secondo capo di imputazione, relativo alle compensazioni, ottenute presentando modelli F24 a saldo zero vantando crediti inesistenti, fatto ammesso dallo stesso Schincaglia durante il suo esame, la procura ha chiesto la condanna a tre anni e duemila euro di multa per truffa verso i clienti e verso lo Stato (sempre per i fatti successivi all’8 gennaio 2011).

Per il capo 3, che riguarda la cessione a un prestanome della società Eta Beta, l’accusa ha chiesto un anno di pena.

Vengono quindi il capo 4, che vede il reato estinto per prescrizione, e il capo 5, per il quale il pm ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Il processo nasce da controlli dell’Agenzia delle Entrate risalenti a fine 2012. Dalle analisi incrociate dell’Agenzia emergono indebite compensazioni, molte delle quali riconducevano all’imputato. Le conferme arrivano dalle indagini della Guardia di Finanza, datate 2014, che fece un controllo sui conti correnti riconducibili al commercialista, tre in particolare: uno a suo nome come professionista, uno intestato alla sua società EtaBeta e quello della sua compagna.

Incrociando i dati scoprirono che gli F24 sotto osservazione sono stati pagati tramite i conti correnti di Schincaglia, ma non risultavano compilati da lui nella sua funzione di intermediario (mancava il codice identificativo negli F24). Per questo all’Agenzia delle Entrate non risultava fosse lui ad aver “compilato” le compensazioni, ma che queste fossero state effettuate direttamente dai contribuenti.

Secondo quanto emerso nel processo, il numero di operazioni tra 2008 e 2012 è altissimo: 3mila F24 con circa 4 milioni di imposte messe a compensazione e 1,8 milioni di euro (più 140mila euro versati in contanti) transitati sui suoi conti, provenienti dai clienti.

L’Agenzia contattò alcuni clienti per renderli edotti della loro posizione reale nei confronti del fisco, per lo più enormemente debitoria. Uno di questi, un artigiano di Porotto, si suicidò nel 2013 dopo essersi visto recapitare una cartella esattoriale da 80mila euro.

Dopo il pm hanno parlato alcuni avvocati di parte civile (sono circa una trentina gli ex clienti costituiti in giudizio). Il 23 maggio parleranno le altre parti civili e la difesa. Poi la sentenza.

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