mar 17 Apr 2018 - 1452 visite
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“Non possiamo cacciare i senzatetto dal pronto soccorso, puntiamo sulla prevenzione”

Una decina di persone trova rifugio all'ospedale di Cona. Sapigni: "Quattro sono già passate sotto i servizi sociali"

di Martin Miraglia

“Non ci sono azioni giuridiche che possono forzare la libertà individuale di una persona, bisogna cercare la collaborazione: se qualcuno va al Pronto Soccorso non lo si può cacciare”.

Si possono riassumere in questa frase dell’assessore ai servizi sociali Chiara Sapigni le precondizioni alla posizione dell’amministrazione sui senzatetto che trovano rifugio nei locali dell’ospedale di Cona enunciate a seguito di un question time presentato dalla consigliera forzista Paola Peruffo dopo il caso sollevato da Nicola Lodi.

Peruffo aveva chiesto una risposta a Sapigni, “già portata all’attenzione della situazione”, considerato che “il polo di Cona sarebbe diventato l’ospedale di riferimento e assistenza anche per particolari tipologie di persone come i senzatetto che la sera si presentano al Pronto Soccorso”.

Il problema, ha spiegato l’assessore ai servizi sociali, “è cominciato a sorgere quando la stazione ferroviaria è stata chiusa di notte. Pur non essendo nata per quello, di notte i senzatetto si appoggiavano lì e qualcuno gli dava una mano mentre la polizia ferroviaria li segnalava. Siamo stati coinvolti quindi da metà novembre”.

Gli strumenti messi in campo puntano quindi a “intercettare” nella rete dei servizi sociali i senzatetto per avviare percorsi “che da una grande fragilità volgano verso l’autonomia delle persone”.

Per questo, spiega sempre Sapigni “abbiamo una rete di 40 posti per la prima accoglienza gestito da Asp in convenzione con il volontariato a cui contribuiamo per quanto riguarda le spese. Questo significa avere le basilari assistenze alle persone e far partire progetti. Nel 2017 in questi 40 posti sono state accolte 67 persone”.

Non solo, “dal 2016 abbiamo strutturato per 6 mesi 13 posti in più per gli uomini in vista dell’emergenza freddo sempre in convenzione con Asp, e dal 2017 abbiamo altri 7 posti di dormitorio donne dai quali sono passate 30 persone”. Tutti dati “che fanno capire che cerchiamo di prevenire il fenomeno, mentre abbiamo notato che le persone si fidelizzano col tempo ma servono percorsi più graduali”, e che hanno portato all’attivazione di due diversi percorsi di co-housing.

Dai quaranta posti “si è quindi passati a 71, e cerchiamo di avere un approccio personalizzato perché ogni persone ha la sua storia”, conclude Sapigni: “Ci sono non residenti a Ferrara, persone che hanno perso la residenza e non possono accedere ad alcuni servizi medici o che hanno patologie di diversa natura. Dal Sant’Anna sono state segnalate una decina di persone, di queste quattro sono già passate sotto i servizi sociali”.

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