Ven 15 Dic 2017 - 899 visite
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Carife, processo agli sgoccioli

Ultime arringhe difensive in vista dell'udienza del 19 dicembre quando è probabile che arrivi la decisione del giudice

Penultima udienza, se tutto va bene, per il procedimento sulla bancarotta Carife e l’aumento di capitale del 2011.

Anche giovedì mattina davanti al gup Piera Tassoni il ‘copione’ non è stato dissimile da quello già visto nel corso delle ultime udienze: le difese hanno cercato di dimostrare l’insussistenza delle accuse, smontando le tesi della procura sulla fittizietà dell’aumemento di capitale da 150 milioni di euro, sullo scambio reciproco e fraudolento di azioni e, dunque, sul crac della banca cittadina determinato da quelle condotte.

A cambiare è invece il tenore di ciascuna di difesa. Quasi una lezione di diritto quella dell’avvocato Alessandro Melchionda, legale di CariCesena chiamata come responsabile civile, che ha spiegato come la sottoscrizione delle azioni cesenati da parte di Carife non avvenne all’interno di un’aumento di capitale ma su azioni presenti già sul mercato, che escluderebbe l’illiceità dell’operazione. Smontata così – per parte difensiva – la contestazione sulla bancarotta, causata proprio dagli altri reati.

Più accorata la difesa dell’avvocato Carmine Fasano, rappresentante di Sergio Lenzi e Daniele Fiorin, rispettivamente presidente del Cda e direttore generale di Carife in quel 2011. Contestata l’accusa di aver ostacolato la vigilanza di una Bankitalia che, in realtà, sapeva tutto e aveva chiesto di arrivare ai 150 milioni di euro programmati per l’aumento di capitale anziché fermarsi ai 149 racimolati. I due imputati, ha spiegato l’avvocato, facevano parte del nuovo corso di Carife e davvero credevano nel rilancio della banca, tanto da sottoscrivere loro stessi azioni per l’aumento, che fu reale, al punto che all’arrivo dei commissari la Cassa aveva ancora 11 milioni di euro di utile.

È stata poi la volta di Gianluigi Bezzi, difensore di Ezio Soardi, al tempo legale rappresentate di Banca Valsabbina, ovvero una della banche (insieme a Caricesena) a cui è imputata la sottoscrizione reciproca di azioni illegale. Se davvero ci fu sottoscrizione, ha spiegato il legale, fu di appena 92mila euro, ovvero quanto Valsabbina versò effettivamente per l’aumento di capitale Carife, un dato effettivamente troppo piccolo per essere causa della bancarotta, anche a voler stare larghi e inserire nel calderone la sottoscrizione di azioni di Carife Sei e Bcr, si arriverebbe a 300mila euro. Il difensore ha fatto intendere – non senza un tono polemico – che il reale motivo della presenza di Valsabbina in questo procedimento è la sua solidità finanziaria, buona per recuperare parte dei risarcimenti per gli azionisti ingannati.

Come detto, quella di giovedì dovrebbe essere stata la penultima udienza in vista di quella finale, fissata per il 19 dicembre, quando si concluderanno le arringhe difensive e, se non si farà troppo tardi, dovrebbe arrivare la decisione del giudice.

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