Sab 12 Set 2015 - 285 visite
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“Reato di tortura: legge annacquata, meglio non approvarla”

“Nel nostro Paese avviene un processo diverso che è quello dell’insabbiamento”

 

Stefano Anastasia, Leonardo Fiorentini e Sergio Lo Giudice

Stefano Anastasia, Leonardo Fiorentini e Sergio Lo Giudice

Alla quattro giorni della festa Pd di via Bologna viene affrontato un tema dibattuto e quanto mani delicato, specie nel decennale della morte di Federico Aldrovandri, come l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento.

I relatori sono il senatore democratico Sergio Lo Giudice e Stefano Anastasia (Presidente onorario Antigone) mentre a moderare il dibattito è stato chiamato il consigliere di Sel Leonardo Fiorentini. E proprio quest’ultimo introduce l’incontro “Quando sono stato contattato per questo appuntamento non ho avuto dubbi sulla data – confessa Fiorentini -, l’11 settembre ha visto svolgersi fatti storici particolarmente significativi per questo tema. Nel ’73 il golpe di Pinochet mise fine al governo di Salvador Allende e per il Sudamerica si aprì il periodo più tragico dal dopoguerra in avanti in termini di torture e repressioni per decine di migliaia di attivisti di sinistra. Poi è arrivato il 2001, l’attentato delle Torri Gemelle a cui seguirono, nel corso della gestione Bush, i casi di Abu Ghraib e di Guantanamo, recentemente chiuso. La Convenzione Onu contro la tortura risale addirittura al 1984, ratificata dal nostro Paese nel 1989, seppure non sia mai entrata nel nostro ordinamento una legge per disciplinare questo reato. In mezzo numerosi casi eclatanti, cominciando da Federico Aldrovandri, dato che siamo a Ferrara, senza dimenticare Bolzaneto e la vicenda Cucchi, tornato di cronaca in questi giorni per le novità processuali. Il disegno di legge sull’introduzione del reato è fermo al Senato per le pressioni delle forze dell’ordine e per una certa ignavia della politica. E visti gli ultimi emendamenti comincio a pensare se non sia meglio ritirare il disegno di legge piuttosto che avere una norma totalmente annacquata e priva del suo intento iniziale”.

Parere molto simile a quello del senatore Sergio Lo Giudice che ripercorre il difficile iter della legge. “Quando si passa più volte da una Camera all’altra e ciascuna apporta modifiche, spesso si arriva a un testo accidentato, come per questa proposta di legge che ora è ferma al Senato. È bene però ricordare che la tortura non disciplina le ferite o la morte di un prigioniero, perché per quello esistono già altre norme. Il nocciolo è il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Si tratta – spiega il senatore democratico – della difesa del diritto all’incolumità del cittadino nel momento in cui è affidato nelle mani dello Stato, cioè nel momento in cui dovrebbe ricevere la massima tutela. Nelle prime bozze il ddl aveva come destinatari solamente i pubblici ufficiali, quindi gli esponenti delle forze dell’ordine. Poi è stato esteso ad altre figure che detengono autorità o potere su persone indifese, tra cui gli operatori di strutture di case di riposo, giusto per fare un esempio. E se anche sono previste aggravanti per i membri delle forze dell’ordine, ciò ha sviato lo spirito della legge. Così come l’emendamento che prevede “atti di violenza gravi e reiterati”. A volte – sottolinea Lo Giudice – una tortura può essere tale senza bisogno di essere reiterata. Più in generale questa legge che tenta di nascere ha dei forti limiti. Il primo è dato dal fatto che in Parlamento ci sono maggioranze composte da partiti che hanno sensibilità diversissime sui diritti umani. La seconda è per via delle forti resistenze delle forze dell’ordine. Nel corso dell’audizione in Senato il capo della Polizia Pansa, insieme al pari grado della polizia penitenziaria, hanno fortemente contestato il testo inizialmente proposto definendolo un attacco diretto alle forze dell’ordine anche se sappiamo bene che lo spirito è ben altro, oltre al fatto che è la comunità internazionale a chiederci di prevedere questo reato nel nostro ordinamento. Al momento quindi non sappiamo che tipo di proposta emergerà dai successivi passaggi parlamentari”.

È poi il turno di Stefano Anastasia che sottolinea come “nessuno in Italia abbia avuto il coraggio di definire legittima la tortura, cosa invece che è capitata in America. Nel nostro Paese però avviene un processo diverso che è quello dell’insabbiamento. Non dimentichiamo che nella Costituzione è presente un solo richiamo diretto alla punizione, è quello dell’articolo 13, relativo alle violenze sulle persone comunque sottoposte a restrizione della libertà, perché molti dei costituenti avevano subito torture in carcere. Il problema italiano – rincara la dose Anastasia – è che non si vuole dire che questo è un reato contro le forze dell’ordine, perché non si ammette che dentro le forze dell’ordine esistono singoli che possono fare errori, commettendo dei reati. È per questo motivo che un disegno di legge su questo reato non è ancora stato approvato dal 1989. Senza contare il fatto che tutti i ddl presentati su questo punto sono stati di iniziativa parlamentare, mentre la ratifica di convenzioni internazionali spetterebbero al Governo”.

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