Mar 22 Nov 2011 - 1294 visite
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Niente acqua pubblica

Clima teso in consiglio. Marattin: “Raccontate balle agli italiani”

Il consiglio comunale di Ferrara ha bocciato l’ordine del giorno che chiedeva il rispetto della volontà espressa dai referendum di giugno. Parlare d’acqua può non essere sufficiente a spegnere le scintille, che sono invece scoccate di nuovo ieri, in consiglio comunale, trattando di uno dei quattro elementi. Più prosaicamente, si parlava della mozione che impegna il sindaco “a presentare immediatamente presso l’Ato – Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, forma di cooperazione tra i 26 Comuni della Provincia col compito di organizzare il servizio idrico integrato, ndr – e l’assemblea dei soci la proposta di riduzione delle tariffe idriche, eliminando la quota di remunerazione del capitale investito”.

Il comma 1 dell’articolo 154 del Decreto legislativo 152 del 2006, fino al luglio scorso prevedeva che la tariffa del servizio idrico integrato fosse determinata “tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell’Autorità d’ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio chi inquina paga”. Il 12 e 13 giugno scorso, la maggioranza assoluta degli elettori ha deciso di abrogare sette parole di questo comma, precisamente “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Di qui dunque la mozione, che avrebbe dovuto essere discussa una settimana fa (vai all’articolo) ma è stata rinviata di sette giorni.

La sua firmataria, la capogruppo di Rifondazione comunista–Comunisti italiani Irene Bregola, vi ha apportato nel frattempo alcuni emendamenti, che hanno fatto sì che raccogliesse anche l’adesione dei capigruppo Giorgio Scalabrino Sasso (Italia dei valori) e Daniele Civolani (Sinistra aperta).

Gli attivisti del Comitato ‘2 sì per l’acqua bene comune’ erano presenti anche ieri, meno numerosi rispetto ad una settimana fa (una decina circa), ma ugualmente vestiti con una pettorina, che presentava però un’altra scritta: non più ‘12-13 giugno – Sì – Io c’ero’, ma ‘W la democrazia’, uno slogan che non ha evidentemente creato problemi al presidente del consiglio comunale Francesco Colaiacovo, che non è intervenuto.

Li ha invece raggiunti il sindaco Tiziano Tagliani, tentando invano di spiegare che “così l’aula rischia di diventare una gazzarra”. Il consigliere di Futuro e libertà Francesco Rendine ha inscenato una sua protesta, avvolgendosi nella bandiera del proprio partito e sedendo per qualche minuto nello spazio destinato al pubblico. “Voglio proprio vedere se le regole valgono per tutti” ha detto, pensando forse che l’arbitro-Colaiacovo tirasse fuori il giallo per lui, permettendogli così di denunciare i classici due pesi e due misure. Il presidente del consiglio non lo ha però considerato, e dopo un po’ Rendine è tornato al suo banco.

Nel corso della seduta, alla mozione Bregola-Cevolani-Sasso si è aggiunta una risoluzione di tutt’altra natura firmata dall’intero gruppo del Partito democratico. Nel testo si premette tra l’altro che per il calcolo della tariffa “continua ad applicarsi il Decreto ministeriale 1 agosto 1996”, che prevede di fissarla “sulla base della copertura dei costi operativi, aumentati dal tasso d’inflazione programmata, degli ammortamenti, dei canoni d’uso e dell’adeguata remunerazione del capitale investito”.

“I costi operativi – proseguono le premesse – comprendono solo un sottoinsieme dei reali costi: sono escluse componenti importanti di costo quali gli interessi passivi sostenuti per gli investimenti, gli oneri fiscali ed il fondo svalutazione crediti”, e dunque “la percentuale relativa alla remunerazione del capitale – 7%, ndr – non può essere considerata esclusivamente una remunerazione aggiuntiva rispetto alla copertura integrale dei costi effettivamente sostenuti”. La conclusione della risoluzione impegna il consiglio e la giunta ad agire affinché “l’intervento normativo indichi l’applicazione del metodo ‘full cost recovery’, in base al quale la tariffa copre tutti i costi effettivamente sostenuti dal soggetto affidatario del servizio (compresi quindi oneri da interessi) senza effettiva remunerazione aggiunta”.

La risoluzione è stata illustrata, tra i mugugni degli attivisti del comitato, dal consigliere Enrico Balestra. Balestra ha sì ricordato l’impegno proprio e del Pd affinché in quel quesito vincesse il sì, ma ha poi definito il referendum “uno strumento imperfetto, ed è compito della politica interpretarlo, anche perché, per come è stato formulato, non risolve i problemi”. Quel quesito, secondo lui, aveva l’obiettivo di “proteggere l’acqua dalla speculazione”, ma al tempo stesso promuove “un modello insostenibile. Dobbiamo dunque mettere in campo qualcosa di diverso: senza quel 7% nessun investimento nel settore sarebbe possibile, e questi sarebbero allora scaricati sulla fiscalità generale. Bisogna dire la verità ai cittadini”.

Di tutt’altro avviso ovviamente Bregola, che ha definito quello del consigliere democratico “un inutile e capzioso esercizio di telepatia. Non sappiamo cosa c’era nella mente di chi ha votato ‘sì’ a quel quesito, ma esiste un piano giuridico: vogliamo rispettare o ignorare il risultato referendario? La risoluzione del Pd è per me un’autentica ferita”.

Ad affrontare di petto i referendari per conto dei democratici ha quindi provveduto l’assessore al Bilancio Luigi Marattin (con cui il confronto prosegue da tempo leggi il primo articolo e il secondo), il quale li ha accusati di “raccontare balle agli italiani. Ci sarà un motivo per cui neanche un Comune italiano ha rivisto le tariffe? Tutti agenti della controrivoluzione?”.

La ragione, invece, dal punto di vista giuridico sarebbe che “la legge non dà ai Comuni e agli Ato la possibilità di inventare tariffe”, ma il poco diplomatico Marattin ha denunciato soprattutto che “ai cittadini è stata raccontata una grande mistificazione. Secondo voi, se portare l’acqua in una casa costa 100 la tariffa è di 107, perché quei sette euro in più li usa Chiarini – l’amministratore delegato di Hera, ndr – per farsi i weekend”.

Sei in malafede, vergognati!” gli ha urlato a questo punto il portavoce del Comitato Davide Scaglianti che, non abituato a perdere le staffe, lascia a larghi passi lo spazio del pubblico. Marattin ha proseguito, sostenendo che “la verità invece è che, se portare l’acqua in una cosa costa 100, la tariffa copre 85, escludendo gli interessi, i costi fiscali ed il fondo di svalutazione crediti”. Ecco dunque perché quel 7% non sarebbe una remunerazione aggiuntiva, ma finirebbe per coprire integralmente i costi del servizio.

Alla fine, la risoluzione del Pd è stata approvata con 21 voti favorevoli, 9 astensioni (Pdl, Lega e De Anna di Io amo Ferrara), mentre quella di Bregola, Civolani e Sasso è stata respinta: oltre ai tre firmatari ha votato a favore solo Valentino Tavolazzi (Progetto per Ferrara), mentre dal Pd sono arrivate 19 astensioni e dagli altri gruppi 11 voti contrari. “Il Pd – commenta caustico Tavolazzi – conferma di essere contrario alla scelta fatta dagli italiani con il referendum ed in ciò, ma non solo, è alleato gemello del Pdl”.

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