Gio 29 Set 2011 - 588 visite
Stampa

Quale festa per Federico?

“È lo Stato che ha perso appunto perché non è riuscito a colpire chi ha sbagliato. E poi non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste”.

Questa frase di Licia Pinelli – moglie di Giuseppe Pinelli, la diciassettesima vittima della strage di piazza Fontana – introduce la nostra risposta alla decisione, da parte della Polizia di Stato, di scegliere Ferrara come sede della celebrazione di San Michele Arcangelo, patrono della polizia, rendendo questa ricorrenza un chiaro tentativo di riconciliazione. Se si ritiene realmente che Ferrara sia una città in cui la morte di Federico abbia creato una serie di tensioni nelle relazioni fra polizia e società civile, non è certo decidendo di dedicare a lui questa “festa” che si può pensare di sgomberare la nebbia in queste relazioni. Altre sono le dinamiche che dovevano – l’uso del passato è volontario e necessario, visto che ad oggi niente di concreto è stato fatto – essere messe in atto. Per prima cosa tutte le persone coinvolte nella morte di Federico andavano sospese dal servizio in via cautelativa, in ossequio al principio che nessuno è al di sopra della legge.

È questa la nebbia che dovrebbe essere sgombrata.

Poi ci si interroghi sul perché all’interno delle forze dell’ordine viga un silenzio ed una incapacità di denunciare gli abusi dei propri colleghi che va molto oltre lo spirito di corpo, spingendosi ai limiti dell’omertà. Questo lo raccontano i processi sui depistaggi che si sono aperti dopo la morte di Federico e che hanno portato alla condanna in primo grado di altre tre persone.

È questa la nebbia che dovrebbe essere sgombrata.

Venendo alla formazione “dei tutori dell’ordine pubblico”, la Polizia di Stato dovrebbe interrogarsi sulle motivazioni per cui la morte di Federico non è un caso isolato: Carlo Giuliani, Riccardo Rasman, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Domenico Ferrulli, Paolo Scaroni, le aggressioni durante il luglio del 2001 nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Sono solo gli esempi più noti delle violenze che alcuni membri delle forze dell’ordine hanno perpetrato in questi anni, per lo più impunemente. Poche sono state le condanne, molte di più le promozioni. E non si minimizzi quanto è accaduto nascondendosi dietro alla mancanza di fondi per la formazione degli operatori: basterebbe chiedere al Ministero dell’Interno, cui il comparto afferisce, di adoperarsi per il taglio dei fondi per le spese militari e per l’aumento di quelle per il personale.

È questa la nebbia che dovrebbe essere sgombrata.

Se davvero si vuole liberare il campo da dubbi ed illazioni, la Polizia faccia il primo passo: sospenda chi è stato dichiarato colpevole della morte di Federico da due sentenze di un tribunale della Repubblica, senza aspettare la sentenza della Cassazione; ritiri le querele nei confronti dei suoi familiari; prenda una posizione chiara sulla catena di comando che ha portato alla “macelleria messicana” genovese e sull’assassinio di Carlo Giuliani; denunci ed allontani chi compie violenze; renda identificabile ciascun agente in servizio tramite un numero di matricola; inserisca la gestione non violenta dei conflitti nel proprio patrimonio personale e culturale.

E dopo, solo dopo, venga a festeggiare.

Associazione “Verità per Aldro” e tutte le persone che in questi anni ci hanno sostenuto

Stampa
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Leggi qui la Cookie e la Privacy Policy.

Chiudi