Lun 19 Set 2011 - 1003 visite
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Poliziotto accusato di truffa, ora chiede i danni

De Marchi venne accusato di esercitare attività sportiva in aspettativa

Nella foto, da sinistra: Graziano Grazzi, Mauro De Marchi e Francesco Barigozzi

Dopo 40 anni di servizio è stato accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato. Ora, archiviato il procedimento lancia pesanti insinuazioni rivolte al copro di appartenenza. Lui è il commissario Mauro De Marchi, già segretario generale ferrarese del Silp (Sindacato italiano lavoratori di Polizia), in pensione dal 31 dicembre scorso.

Nel corso del 2010 il funzionario rimase per alcuni mesi in aspettativa per ragioni di salute (ha due ernie discali), durante i quali si sottopose ad accertamenti presso il Centro militare di medicina legale di Padova. “Sono già grande invalido – racconta – per via di un incidente stradale in servizio del 1983, nel quale persi quasi completamente l’uso del braccio destro”. Nel 1985 fu riammesso con l’esonero da alcune mansioni, ad esempio il pattugliamento e i servizi esterni di ordine pubblico.

“Stavolta temevo che decidessero di destituirmi dal servizio per motivi di salute – confida De Marchi –: anche se mancavano pochi mesi alla pensione non volevo restare con le mani in mano”. Non andò così, perché l’ospedale militare gli riconobbe un’invalidità parziale e non totale.

Durante quei mesi, però, accaddero alcune cose che “dispiacquero” a De Marchi. “Tutti gli atti redatti dal personale in servizio presso il posto di Polizia del Sant’Anna di cui ero dirigente responsabile – ha scritto il commissario in una lettera agli organi d’informazione e ai vertici cittadini delle forze dell’ordine – non riportavano più la firma del sottoscritto ma quella di un dirigente della Questura. A nessun altro ufficio dipendente dal medesimo dirigente – nota De Marchi – è toccata la stessa sorte”.

Inoltre, il personale là in servizio “aveva la disposizione di segnalare in Questura la mia presenza nei locali del posto di Polizia e – prosegue la lettera – le serrature interne ed esterne del medesimo ufficio sono state sostituite il 31 dicembre 2010”, ultimo giorno di servizio per il poliziotto, “e non qualche giorno dopo”.

Va aggiunto che “un giorno, alla fine del settembre 2010, arrivai nel mio ufficio e trovai un collega che riponeva i miei quadri in uno scatolone: l’ufficio che avevo occupato negli ultimi diciotto anni stava venendo eliminato fisicamente”.

Anche per questi motivi, siccome aveva raggiunto quarant’anni di contribuzione, De Marchi decise con dispiacere di “appendere il berretto al chiodo”, ma ancora non sapeva cosa gli sarebbe toccato il successivo 15 gennaio.

In quella data, un carabiniere gli notificò, per conto del Tribunale di Ferrara, un’informativa di garanzia per truffa aggravata ai danni dello Stato: mentre si trovava in aspettativa avrebbe svolto attività sportiva agonistica. “Non pratico attività agonistica dal 1978” si difende De Marchi, che è anche maestro internazionale di kick-boxing, padre di un campione del mondo in questa disciplina e titolare di una palestra.

L’unica cosa che ho fatto – assicura -, quando sono riuscito a stare in piedi, è stato frequentare qualche volta la palestra. Sono anche stato fotografato, vestito in giacca e cravatta, ad una premiazione a cui ho potuto partecipare grazie all’iniezione praticata il giorno prima”.

A suo carico ci sarebbero stati – secondo la versione del dirigente in pensione – solamente alcuni ritagli di giornale contenenti tali foto e la testimonianza di una “fonte confidenziale” che a tutt’oggi De Marchi afferma di non conoscere. “Se effettivamente esiste – il commissario calca sul condizionale – dev’essere stata di grandissima attendibilità, poiché ha messo in dubbio quarant’anni di lavoro con uno stato di servizio limpido e senza provvedimenti disciplinari”. In ogni caso, il pubblico ministero Angela Scorza aprì un’istruttoria, che chiese di archiviare nel maggio successivo per insussistenza della notizia di reato.

“Quest’indagine però – scrive ancora il commissario – è costata a tutti noi contribuenti 7.500 euro” e a lui la nomina di un avvocato (Fabio Anselmo) e di un medico legale (Antonio Zanzi). La lettera, presentata insieme al membro della segreteria generale Cgil Francesco Barigozzi e al soprintendente di Polizia impegnato nel Silp Graziano Grazzi, termina appunto chiedendo all’amministrazione per cui ha lavorato “quali procedure attivare per ottenere il risarcimento dalle spese indebitamente sostenute nonché l’emanazione del previsto decreto di nomina alla qualifica a me spettante”. Infatti, nonostante sia commissario dal 31 dicembre scorso, De Marchi non ha ancora ricevuto tale decreto.

De Marchi non si ferma qui. E si lancia in un collegamento con la sua attività sindacale: “Non mi convincono – queste le sue parole pesanti che esterna ai giornalisti dalla sede Cgil – che non ci sia una relazione con la mia attività sindacale, in un ambiente come quello della Polizia e con una sigla come quella della Cgil sulle spalle”. De Marchi richiama a questo punto il caso Aldrovandi: “il Silp fu l’unico sindacato “fuori dal coro” sulla vicenda Aldrovandi”, a proposito della quale espresse “la massima fiducia nella magistratura, il rispetto e la solidarietà per tutte le persone colpite e la certezza che, quando dimostrata la loro colpevolezza, le mele marce sarebbero state buttate”. Non ha mai creduto, il commissario, che “un poliziotto esca da casa per andare ad uccidere qualcuno”, ma rivendica “tutta la differenza rispetto al segretario nazionale del Sindacato autonomo di Polizia Gianni Tonelli, per il quale se non c’erano i poliziotti Aldrovandi era ancora lì a battere la testa contro il muro”.

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