Capire il genocidio per non ripeterlo: la lezione di Lemkin
Presentato l’ultimo saggio di Girolamo De Michele, Il profeta insistente, una biografia di Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco che coniò il termine genocidio
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Per la prima volta uno studio scientifico ricostruisce senza interruzioni 15mila anni di storia genetica femminile della Sicilia, rivelando dati mai osservati prima: una netta discontinuità tra le popolazioni del Mesolitico e quelle del Neolitico, l’origine multiregionale dei primi abitanti dell’isola con contributi distinti da penisola italiana, Balcani e Ucraina e una sorprendente stabilità del Dna materno negli ultimi 8mila anni, nonostante millenni di migrazioni.
L’analisi del Dna mitocondriale ha infatti permesso ai ricercatori di ricostruire con precisione l’arrivo, la scomparsa e la mescolanza dei diversi gruppi che hanno arricchito la popolazione siciliana dal Paleolitico a oggi.
Grazie all’analisi di oltre 350 genomi mitocondriali (Dna circolare contenuto nei mitocondri, gli organelli cellulari deputati alla produzione di energia, che si trasmette esclusivamente dalla madre) provenienti sia da reperti archeologici sia da popolazioni moderne un team di ricercatrici e ricercatori di sei università italiane, capeggiate da Ferrara e Pavia, ha seguito l’evoluzione delle linee genetiche materne dell’Isola, individuando trasformazioni decisive e migrazioni che ne hanno plasmato l’identità fin dalla preistoria.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Advances, rivela come la Sicilia sia stata per millenni un punto d’incontro tra Europa, Mediterraneo e Africa. Le evidenze genetiche mostrano passaggi chiave quali l’arrivo dei primi agricoltori, la progressiva sostituzione delle comunità di cacciatori-raccoglitori e ulteriori movimenti migratori che, nel corso del tempo, hanno arricchito la diversità genetica ancora oggi presente nella popolazione siciliana.
A guidare il lavoro sono Silvia Ghirotto, professoressa del Dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie e responsabile del gruppo di Genomica Evolutiva Umana e Paleogenomica dell’Università di Ferrara, e il professor Alessandro Achilli dell’Università di Pavia. Insieme a loro, studiosi delle Università di Perugia, Palermo, Siena, Firenze e dell’americana University of New Haven.
“La Sicilia – afferma Silvia Ghirotto, professoressa del Dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie e responsabile del gruppo di Genomica Evolutiva Umana e Paleogenomica dell’Università di Ferrara – rappresenta un caso unico, un ponte tra Europa e Africa al centro del Mediterraneo in cui per millenni numerose migrazioni hanno arricchito il pool genetico dell’isola. Il Dna mitocondriale, che si trasmette esclusivamente per via materna, ci ha permesso di seguire nel tempo le linee genetiche femminili e di individuare un momento cruciale: una netta discontinuità tra Mesolitico e Neolitico, circa 8mila anni fa, quando i gruppi di cacciatori-raccoglitori furono in parte sostituiti dai primi agricoltori provenienti dal Mediterraneo e dall’Europa continentale”.
“Questo è il primo caso – aggiunge il professor Alessandro Achilli dell’Università di Pavia – in cui la trasmissione genetica mitocondriale è stata ricostruita in modo inequivocabile in un contesto geografico e associata a due linee che rivelano un complesso schema migratorio. Mentre le linee dei cacciatori-raccoglitori che popolavano la Sicilia nel Mesolitico provenivano da tre diverse aree – la penisola italiana, i Balcani e l’Ucraina – i sotto-rami neolitici sono probabilmente arrivati attraverso il Mar Mediterraneo e dall’entroterra europeo”.
“Dal Neolitico ai giorni nostri – secondo Ghirotto – il pool genetico mitocondriale è rimasto sostanzialmente invariato, in contrasto con le ipotesi di discontinuità genetica proposte da precedenti lavori. L’elevata variabilità attuale e la ridottissima differenziazione tra le varie aree dell’isola testimoniano invece un’intricata storia evolutiva e continui flussi migratori provenienti da diverse regioni dell’Eurasia occidentale e dall’Africa”.
Per Anna Tommasi (Università di Pavia) “la transizione tra cacciatori-raccoglitori e agricoltori riflette uno scenario articolato, in cui cambiamenti ambientali e trasformazioni delle strutture sociali possono aver ridisegnato la composizione e il ruolo dei diversi gruppi nel corso del tempo”.
Rajiv Boscolo Agostini (Unife) sottolinea: “La progressiva diffusione dell’agricoltura lungo le rotte marittime, a partire da circa 9.000–6.000 anni fa, abbia gradualmente ridotto lo spazio dedicato alle attività di caccia e raccolta”.
Giacomo Villan afferma: “Il successivo declino delle linee dei cacciatori-raccoglitori, a partire da circa 4.000–5.000 anni fa, potrebbe essere legato a ulteriori migrazioni, tra cui l’arrivo di gruppi di pastori indoeuropei dall’Asia centrale e in epoca più recente, di Fenici, Punici e Greci”.
Ghirotto e Achilli concludono: “Questo studio conferma le potenzialità del Dna mitocondriale nel ricostruire la storia genetica delle popolazioni dal punto di vista femminile e mostra l’importanza degli studi microgeografici per interpretare dinamiche di ampia scala, come quelle che hanno interessato l’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo fin dal Tardo Paleolitico — testimoniato anche dal campione di Grotta di San Teodoro (Messina), datato a circa 15mila anni fa”.
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