Cronaca
30 Aprile 2013
Il carabiniere di Prato ferito domenica aveva aiutato la popolazione emiliana durante il terremoto

Sparatoria a Roma: Giangrande rischia la paralisi

di Redazione | 4 min

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giuseppe-giangrande-300x400È ancora in prognosi riservata Giuseppe Giangrande, il più grave tra i carabinieri feriti domenica durante la sparatoria davanti a Palazzo Chigi (vai all’articolo), ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma dopo essere stato raggiunto da un proiettile al collo. Le sue condizioni infatti, anche se nella notte si sono stabilizzate, restano molto gravi, e sembrano ormai appurati i danni riportati dal militare alla colonna vertebrale. Nel quarto bollettino medico, reso noto in giornata, il personale dell’ospedale ha fatto sapere che “sono presenti segni di danno midollare ai quattro arti”, che fanno temere l’ipotesi peggiore, quella di una paralisi completa anche nel caso Giangrande riesca a vincere la durissima battaglia per la vita che affronta proprio in queste ore.

Sono moltissimi intanto i segnali di solidarietà e di vicinanza al militare e alla sua famiglia provenienti da tutto il territorio emiliano, dove il carabiniere aveva prestato servizio con il Battaglione Toscana Firenze nei drammatici giorni del terremoto. Giangrande era rimasto per un paio di settimane, operando in tutti i Comuni in stato di emergenza, da Poggio Renatico a Cento, da Bondeno a San Carlo, fino a Sant’Agostino. Proprio lì, scioccato dalla visione del municipio e di alcune abitazioni distrutte dal sisma, scattò alcune foto che poi pubblicò su Facebook. “Oggi alle ore 09.03 circa – scriveva il 29 maggio, data della seconda scossa – ho vissuto unitamente ai ragazzi della squadra cosa significa sentire il sisma di 5.8 mag., vi posso garantire che nn è una bella esperienza”.

Nessuno in Emilia si sarebbe augurato che quel carabiniere cinquantenne di Prato, che in molti ricordano per la sua vicinanza umana e per la sua disponibilità verso la popolazione in difficoltà, fosse colpito da una disgrazia improvvisa, inaspettata e insensata come quella causata dal folle gesto di Luigi Preiti, l’uomo che ha scaricato il caricatore della propria pistola davanti alla sede del Parlamento. La figlia di Giangrande, Martina, 23 anni e un altro dramma alle spalle solo pochi mesi fa, quando perse la madre, si è fatta forte davanti ai microfoni dichiarando che “sono fiera e orgogliosa di mio padre. E sono colpita dalla sensibilità dei presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso. Dopo la morte di mia madre tre mesi fa siamo rimasti solo io e lui, ci ritenevamo un esercito sgangherato già prima. Ora siamo un mezzo esercito e ancora più sgangherato”. La ragazza non può fare a meno di chiedersi come gestire la situazione futura, tra mille difficoltà, e per il momento non vuole sentir parlare di perdono verso l’attentatore. “I progetti che avevo fatto, tutto quello che avevo pensato, ora è da rivedere. Dovrò rimodulare la mia vita, come ho già fatto, ho lasciato il lavoro. Mi dedicherò a questa famiglia. Com’è giusto, come dev’essere. Il perdono? Non credo, non so, non penso. Oggi, comunque sia, non mi interessa. Oggi penso solo a mio padre e a me perché siamo due. Spero che questo incidente possa almeno far riflettere tutti, e far sì che qualcosa possa migliorare”.

Giuseppe Giangrande intanto, rivelano i medici, è cosciente, anche se rimane intubato ed è alimentato meccanicamente. Martina ha potuto incontrarlo in giornata, e il carabiniere è riuscito a comunicare con lei solo attraverso i movimenti delle palpebre. Un incontro in cui emerge comunque tutta la forza dell’uomo e la volontà di proteggere e tranquillizzare la figlia, anche in una situazione così drammatica. Pietro, uno dei fratelli del militare, racconta che “L’ha vista, l’ha riconosciuta. Ha mosso le palpebre. Ha cercato di parlare, ha tentato di rassicurarla come a dire ‘vai a casa non è accaduto nulla”.

Il personale dell’ospedale non si sbilancia: da un lato c’è la terribile ferita riportata da Giangrande, dall’altra i segnali positivi dati dal paziente, che portano a un moderato ottimismo. Il direttore sanitario dell’Umberto I, Amalia Allocca, ha spiegato alla stampa che “Il paziente in qualche modo interagisce. Le indicazioni sono per una reazione”. La speranza di tutta l’Emilia è di poter riabbracciare e ringraziare il prima possibile quel carabiniere altruista e disponibile, conosciuto solo un anno fa, che non si era mai tirato indietro di fronte a una richiesta di aiuto.

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