di Daniele Oppo
Una storia poco conosciuta ma importante e ancora da approfondire. È quella dei carabinieri deportati nei campi di concentramento a seguito dell’occupazione tedesca e della formazione della Repubblica sociale.
Non solo Salvo D’Acquisto, non solo i 12 carabinieri trucidati insieme ad altri 323 civili e militari italiani nell’eccidio-rappresaglia delle Fosse Ardeatine, dove morirono, tra gli altri, anche Ugo De Carolis, Giovanni Frignani e Raffaele Aversa, carabinieri la cui colpa fu quella di aver arrestato Benito Mussolini nel luglio del 1943. Esiste anche una storia di deportazione nei campi di concentramento dei carabinieri semisconosciuta all’interno di quella tragica del Ventennio e del nazifascismo italiano. A raccontarla, in un incontro coordinato dalla professoressa Anna Quarzi, direttrice del Museo di storia contemporanea a Ferrara e tenutosi nella Sala estense, sono stati il colonnello Antonio Labianco, comandante provinciale dell’Arma, il professor Antonio Parisella, direttore del Museo storico della liberazione di Roma e Maria Casavola, ricercatrice presso il museo romano e autrice del libro ‘7 ottobre 1943, la deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti’.
I numeri dei deportati non sono ancora certi ma dovrebbero oscillare fra i 2500 e i 1500, tutti protagonisti di un pezzo di storia italiana e anche della resistenza italiana sconosciuto ai più e di cui si parla poco. “I carabinieri – sostiene Casavola- non godevano della fiducia dei tedeschi per via del loro spirito di protezione verso la popolazione italiana che li aveva portati in precedenza a rifiutarsi di applicare le leggi razziali nei territori occupati o a fare il doppio gioco in molte situazioni. Inoltre li accusavano di aver combattuto contro di loro nelle quattro giornate di Napoli e a Roma”. In molte occasioni venivano organizzati finti attacchi partigiani per permettere di portare via utili armi e altre volte venivano fatte trapelare informative per avvisare in anticipo i destinatari. “Erano ritenuti un ostacolo per la deportazione degli ebrei” dice Labianco.
Ma non erano solo i tedeschi a non vedere di buon occhio l’Arma: “anche i fascisti non li sopportavano, basta vedere le varie campagne della stampa dell’epoca contro di loro a seguito dell’arresto di Mussolini” spiega ancora Casavola che rafforza il concetto richiamando un motivetto cantato dai repubblichini “hanno ammazzato Ettore Muti, mille carabinieri ammazzeremo”.
Da questo clima di diffidenza da parte della Rsi e degli occupanti nazisti (in particolare il Colonnello delle SS Herbert Kappler, “il dominus della situazione a Roma”) nacque l’ordine, emanato dal maresciallo Rodolfo Graziani in qualità di ministro della Repubblica sociale e diffuso dal generale Casimiro Delfini, datato 6 ottobre 1943, di disarmare tutti i carabinieri. “Mussolini -racconta ancora Casavola- rivendicò espressamente quell’ordine”.
Poche le alternative: consegnare le armi o subire una condanna sommaria per se e per tutti i propri parenti. Circa 6mila riuscirono a scappare e mettersi in condizioni di clandestinità, molti si unirono alla resistenza – “diventando addetti all’organizzazione della polizia partigiana”- altri divennero parte del Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri. “A Roma avvenne una cosa che non è stata mai evidenziata -racconta Parisella-: il regio esercito e i corpi di pubblica sicurezza non si sono mai sciolti ma si sono trasformati passando in uno stato di clandestinità. I carabinieri sono parte di una realtà più complessa in perenne contatto radio-telegrafico con il governo e con lo Stato maggiore”.
Ma i circa duemila carabinieri catturati o rimasti alla luce del sole vedranno un destino crudele: dal 7 ottobre 1943, prima il rastrellamento poi, per molti di loro, il passaggio alle Caserme rosse di Bologna – una caserma per allievi ufficiali trasformata all’indomani della deposizione di Mussolini in un campo di concentramento, di transito, selezione e smistamento dove, ricorda Labianco sono passati circa 35mila prigionieri, fra i quali i tanti carabinieri) – e, infine, la tragica deportazione in Germania, Austria e Polonia, inquadrati come internati militari e “trattati come schiavi, alcuni utilizzati come addetti ai forni crematori” ricorda ancora il colonnello Labianco.
Ci sono i racconti, i documenti, le ricostruzioni storiche e “da alcune testimonianze – racconta Labianco- sono nate indagini che sono ancora in corso perché parliamo di reati che non vanno mai in prescrizione”.
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