di Maria Paola Forlani
“Insaciabile desiderio nostro di cose antique”, così Isabella d’Este chiamava la sua passione di collezionista. Da poco giunta a Mantova, diciassettenne sposa di Francesco II Gonzaga, decide di creare un suo Studiolo, seguendo l’esempio della famiglia di origine. A questo aggiunge anche una Grotta, una camera del Tesoro, scrigno adatto per la collezione di oggetti preziosi, di opere dell’antichità greco-romana e di artisti contemporanei. Lo spazio della mente, della riflessione, della lettura, rappresentato dallo Studiolo. Isabella illustra attraverso gli oggetti come l’essere umano assuma <<trascendenza>> proprio perché riesce a combinare l’antico con il contemporaneo attraverso la bellezza.
Collezionare serve dunque a maneggiare le emozioni, nel senso di incarnare e distanziare negli oggetti, come il teatro fa con i personaggi, la vita affettiva, credendo finalmente di dominarla.
Possiamo coglierlo, questo privilegio dello sguardo nella funzione del desiderio, lasciandoci colare, per così dire, lungo le vene attraverso cui l’ambito della visione è stato integrato al campo del desiderio.
…C’è un appetito dell’occhio, che si tratta di nutrire, costituisce il valore di fascino della pittura. (J.Lacan)
La Natura e la Grazia segna felicemente la terza tappa della serie, “Raccolte riservate di grandi antiquari”, alla Galleria del Palazzo del Ridotto di Cesena, aperta fino al 9 settembre, rappresenta l’originale collana di mostre e cataloghi, ideata da Massimo Pullini e dedicata a quelli che possono considerarsi dei veri e propri musei segreti. Nell’universo ricco e complesso dell’antiquariato italiano operano, infatti, appassionati cultori della bellezza e della memoria che, oltre ad aver rintracciato, restaurato, studiato molte opere d’arte disperse dalla storia o confinate nell’oblio, hanno saputo trattenere singolari selezioni che, nella loro organicità, rappresentano un’affascinate microstoria del gusto del collezionismo. Dopo aver aperto le porte delle collezioni Baratti (2010) e Altomani-Ciaroni (2011), la rassegna prosegue quest’anno incontrando il lavoro appassionato e meticoloso di un giovane ma già affermato connoisseur, Enrico Lumina, gallerista e collezionista di Bergamo che schiude alla visione del pubblico lo scrigno delle sue acquisizioni più preziose, legate soprattutto a un sentire raffinato per la freschezza del colore e l’eleganza dei soggetti.
Il filo conduttore che lega insieme la bella antologia di opere, e la riflessione sui generi “letterari”, sulle “figure retoriche”, sulle forme e le metafore che interessano il discorso silenzioso, la muta eloquentia, della pittura. Attraverso questo percorso si rivelano le connessioni profonde e fascinose tra i diversi temi poetici della storia dell’arte europea del XVI al XVIII secolo: l’immagine religiosa e la natura morta, il ritratto e il paesaggio, la narrazione agreste e la fiaba, il viaggio e la battaglia.
Walter Benjamin dice che il collezionista ha l’istinto di toccare, e che il possesso si oppone alla percezione visiva. Tuttavia subito dopo afferma che egli
–giunge a gettare uno sguardo senza uguali sull’oggetto, uno sguardo che vede di più; e diversamente da quello del comune possessore, è uno sguardo che potrebbe essere paragonato a quello di un grande fisiognomico.
Due sono i punti cardinali da cui irradia il senso della mostra. Il primo è la natura,
presenza continua e ineliminabile delle tele, dischiuse da orizzonti terresti e marini, baluginanti di visioni celesti o boscose, inghirlandate di fiori e di frutti ornamentali e simbolici, divenuti emblemi di un discorso sacro composto da immagini seducenti e sofisticate. Ma natura, in senso filosofico, è anche e soprattutto l’essenza delle cose, dei gesti, degli sguardi; essenza che la pittura, come suo proprio fine ideale, s’impegna a svelare, rendendo trasparente ciò che resta opaco e inavvertito nell’esperienza quotidiana.
Il secondo cardine è dato, invece, dalla grazia, termine che in religione si oppone o sovrappone a natura come dono divino, tocco ultraterreno della luce salvifica, ma che, nel senso comune, è la quint’essenza stessa della naturalezza dei volti, dei gesti, dei paesaggi. Nella riflessione estetica grazia è l’inafferrabile quid di un’armonia autentica e non affettata, di un’eleganza che si offre con spontaneità ma che è frutto di una disciplina accuratissima, dono lieve di realtà profonde. L’idea di grazia è un nodo di seta in cui s’intrecciano il carattere sorgivo e gratuito della bellezza, la sensibilità spirituale, l’eccellere della sapienza artistica.
Questo legame tra “Natura e Grazia” si dipana in tutto il percorso della Collezione Lumina, attraverso i nobili interpreti della pittura: dai temi sacri del Rinascimento col lessico cifrato (Rondinelli, Santacroce), al verismo sentimentale e teatrale di grandi maestri della Controriforma (Pacecco De Rosa, Eberhnard Keilhau, Girolamo Troppa), dai “sacerdoti” del ritratto (Ceresa, Fra’ Galgario), alle “icone” puriste del Barocco sei-settecento (Sassoferrato, Marinari, Stern), dalle succose nature morte, incontro felice di natura e simbolo (Pier Francesco Cittadini, Francesco Mantovano, Giovanni Stanchi, Agostino Verrocchio, Aniello Ascione, Vincenzino), alle allegorie musicali (Bettera, Todeschini, Micheli), dal caos bellico del Borgognone al paesaggio pre-romantico di Giuseppe Zais, fono ai grandi rituali dipinti, fiabeschi nel Bocchi, erotici nel Bambini, religiosi e popolari nel Tironi.