mar 14 Nov 2017 - 305 visite
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Il “dramma della separazione” e la voce dei figli, specchio della società

Il Lions Club Ferrara invita l’esperta Maria Costanza Marzotto a fare luce sulla questione sociale

di Cecilia Gallotta

Statisticamente le separazioni sono in continuo aumento. E “siccome sono tante allora è normale”. Una “incredibile negazione del dolore che questa dinamica provoca”, secondo Maria Costanza Marzotto, che dalla Cattolica di Milano ha presenziato alla cena del Lions Club Ferrara Estense lunedì sera per parlare della ‘sofferenza nascosta’ della società odierna, della voce “dei figli contesi fra amori smarriti”.

Un tema che “può toccare da vicino tutti, chi perché vissuto in prima persona, chi attraverso la situazione di una persona cara o, ancora, con occhi terzi attraverso la propria professione”, afferma Marzotto, psicologa, mediatrice familiare e conduttrice dei cosiddetti ‘gruppi di parola’ per i figli di genitori separati. Si tratta di un percorso di 4 incontri da 2 ore ciascuno, che dal 2005 l’Università Cattolica ha cominciato ad offrire, con l’intento, esplicito nella definizione, di ‘ridare parola’ ai figli.

Una prassi che “in Canada viene contemplata in orario scolastico” fa sapere la mediatrice, e che la Regione Lombardia riconosce come valore sociale, a tal punto che “paga 10 sedute di mediazione familiare, riconoscendole in qualche modo come strumento utile per imparare a gestire le conflittualità”.

E nel difficile “dramma della separazione, perché di dramma si tratta”, a venire meno per prima è proprio la parola dei figli: una sorta di autocensura dovuta a tantissime dinamiche che rischiano di diventare indelebili per il tessuto psicologico dell’individuo, che sommato a quello di altri, diventa in tutto e per tutto sociale.

“Il 31% dei figli di coppie separate hanno disturbi degni di nota, e all’età di 30-40 anni dichiarano il ricordo della separazione dei genitori come ‘indelebile’. La stessa percentuale, non si è inconsciamente ‘autorizzata’ a mettere su famiglia”.

E se il problema può essere “a monte, di tipo culturale – fa notare qualcuno dal pubblico – come la perdita del valore del matrimonio, sostituito dalla leggerezza e dalla erronea ‘sicurezza’ che ‘tanto al massimo c’è il divorzio’, non tenendo conto della sofferenza che questo produce sulle persone vicine”, ecco che riappropriarsi della parola può diventare strumento fondamentale. A partire dall’“accesso alle emozioni, e dalla libertà a poterle esprimere”. Un potere che va appreso, sperimentato ed educato, e per cui “tutti possiamo dare il nostro contributo”.

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