lun 17 Lug 2017 - 306 visite
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Quando il direttore dell’orchestra di Bagdad suonava dopo un attentato

Emergency days. La guerra con lo sguardo dell’inviato: i racconti di Schiavulli, Camilli e Dorigo

di Mattia Vallieri

La storia del direttore dell’orchestra di Bagdad che suona dopo un attentato per “far tornare l’armonia ai suoi concittadini” o il bellissimo canto di un uomo dalla finestra di una Kobane distrutta dai bombardamenti ma comunque “capace di creare una atmosfera bellissima”. Sono i racconti di Barbara Schiavulli, Annalisa Camilli e Linda Dorigo a fare da cornice all’incontro pubblico ‘La guerra è: con gli occhi dell’inviato’ durante la quarta giornata degli Emergency Days.

“Alla guerra al terrorismo è andato tutto storto ed è arrivata anche qua in diverse forme, noi parliamo di invasione di persone ma manca la connessione con quella che è realmente casa loro” introduce il codirettore della rivista Q code mag Chicco Elia prima di lasciare il microfono alle tre inviate partendo dalla giornalista di Internazionale Annalisa Camilli che punta il dito contro “gli ultimi anni in cui si è parlato sempre meno di estero e del mondo ed i lettori sono sempre più interessati al proprio ombelico, a casa nostra o alle nostre città. Il tema dei rifugiati racconta la nostra ignoranza verso il resto del mondo e basta vedere la polemica degli ultimi giorni sul ‘aiutiamoli a casa loro’ o sui migranti economici di Macron”.

Secondo Camilli “è uscito da poco un rapporto che smentisce la questione del migrante economico: l’80% delle persone che arriva in Europa scappa da guerre e dittature. Il problema è che noi ignoriamo che tipi di conflitto ci sono intorno a noi, tanti vengono dimenticati. In Libia abbiamo firmato un memorandum ma non c’è nessun controllo, con l’Afghanistan abbiamo stipulato accordi di rimpatrio perché non lo consideriamo più un paese in guerra, per non parlare infine del rimpatrio di un etiope dalla Grecia che appena tornato in patria è stato imprigionato dalla polizia e di cui non abbiamo più notizie”.

Racconta invece come è nata la volontà di diventare inviata di guerra Barbara Schiavulli, soffermandosi successivamente sulla nascita di radio Bullets. “All’inizio i giornali hanno capito che c’era bisogno di qualcuno che raccontava cosa succedeva nel mondo e pagavano bene, oggi i media scelgono quello che costa poco – accusa la corrispondente -. L’idea della nascita di radio Bullets (che informa sui fatti esteri ndr) era quella di scavalcare i giornali e per me è stato importante anche iniziare a scrivere libri cosa che non avrei mai pensato di fare”.

E ancora: “A me piace andare sui posti in cui succedono cose forti e raccontare il dolore ma ci vuole predisposizione per fare questo mestiere e la paura serve fino a che non è paralizzante – prosegue Schiavulli -. Per me il primo passo per combattere la guerra è essere coscienti di quello che succede e bisogna partire dai giovani, insinuandogli l’interesse e per questo cerchiamo di fare una radio giovanile ed il mio ultimo libro parla delle avventure di tre ragazzi”.

È la fotografa Linda Dorigo a spiegare invece cosa rappresenta per lei lavorare in zone a rischio: “Bisogna seguire la propria sensibilità e raccontare la guerra significa raccontare la vita ed il Medio Oriente non è solo guerra, al proprio interno troviamo una vita incredibile – chiosa Dorigo -. Il nostro ruolo di inviati in paesi in guerra è quello di avvicinare le nostre società a quei mondi ed è importante sia cosa comunico ma anche come lo faccio”.

“Negli ultimi anni c’è una figura stereotipata della guerra, fa notizia solo l’ultima ora e quelli che arrivano da noi sono dei sopravvissuti che andrebbero ascoltati attentamente cosa che non siamo disposti a fare” ribatte Camilli, sostenendo a più riprese come “i giornali si soffermano sulla violenza ma non sulle cause per cui questa si genera”.

Sul finale arriva una riflessione anche da parte di Schiavulli: “Sono cambiate le guerre, gli ordigni e ci sono guerre nascoste come quella che Usa e Arabia Saudita stanno conducendo in Yemen e di cui nessuno parla – conclude polemica la giornalista freelance -. Siamo tutti vittime del terrorismo, a Bagdad i fatti di Parigi ci sono tutti i giorni e non sono meno vittime di noi solo perché c’è la guerra”.

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