sab 20 Mag 2017 - 425 visite
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Incidente Valle Lepri. “La variante in corso d’opera fu il punto di non ritorno”

Sentito in udienza il consulente tecnico della procura che ha indicato carenze gravi nella progettazione dei lavori

San Giovanni di Ostellato. Fu una serie di concause culminata con la variante del progetto esecutivo a determinare il tragico incidente alla chiusa di Valle Lepri, dove il 22 febbraio 2013 persero la vita, annegando, i due lavoratori Fabrizio Veronese e Guglielmo Bellan.

A dirlo è il consulente del pubblico ministero Ciro Alberto Savino, l’ingegnere idraulico Emanuele Luciani, sentito venerdì in udienza davanti al giudice Carlo Negri nel processo che vede cinque imputati per omicidio colposo.

Secondo il consulente – che ha indicato anche la presenza di alcuni errori di calcolo nel progetto esecutivo (che secondo lui non era da considerare tale) e negli elaborati grafici – però “la variante in corso d’opera è stato il punto di non ritorno, ha cambiato le sollecitazioni e l’equilibrio verticale”. Il continuo cambio di stato tra asciutto e allagamento all’interno della chiusa dove Veronese e Bellan stavano lavorando, portava a continui spostamenti dell’enorme manufatto che, infine, ha ceduto nella sua parte bassa, facendo entrare l’acqua in cui i due annegarono, trascinati all’interno dell’acquedotto.

La variante in questione riguardava i tiranti superiori usati per fissare il pancone – ovvero la paratia che doveva dividere l’area di lavoro dall’area allagata, in modo da consentire le opere di manutenzione -, messi in posizione obliqua anziché orizzontale come previsto inizialmente nel progetto esecutivo. Una variante che, secondo l’ingegnere, venne effettuata dal progettista e direttore dei lavori, riuniti nella persona di Bruno Droghetti, senza che venissero rifatti i calcoli per determinarne la sicurezza, senza l’approvazione da parte del responsabile unico Ettore Alberani e senza che la società che vinse l’appalto per realizzare i lavori (la Gmi, per la quale sono imputati l’amministratrice Maria Antonietta Strazzullo e il direttore tecnico del cantiere Federico Tito) proponesse riserve o modifiche alle misure di sicurezza conseguenti alle modifiche del progetto. Eppure quella era “una variante ingegneristica sostanziale”, comunicata però solo via email con la consegna di un elaborato grafico.

Modifiche ‘visibili’ anche dal fatto che si decise di posizionare un blocco in calcestruzzo “a favore di sicurezza” per cercare di evitare i continui sali-scendi della paratia dovuti al continuo ingresso di acqua nell’area. Ma anche in questo caso non vennero rifatti i calcoli per la sicurezza della struttura. Di più, il consulente ha verificato anche la presenza in campo di una sola delle due guarnizioni previste nel progetto. A Droghetti è viene contestata anche la mancata messa in opere delle due putrelle laterali, previste nel progetto, presenti nel cantiere ma non posizionate.

Secondo il consulente “il cedimento del pancone è stato nella parte bassa e su questo ha influito il cambio di direzione dell’ancoraggio che è stato inclinato anziché essere orizzontale”, fungendo da perno durante l’innesco dei meccanismi di rottura della struttura.

Ma per l’ingegner Luciani, a prescindere dalla variante, non c’erano neppure le condizioni di sicurezza per i lavoratori: in particolare non erano stati dotati di salvagente, né di una fune a cui ancorarsi, né dell’assistenza di un altro operatore all’esterno della conca. Analizzando il piano di sicurezza, il consulente ha affermato che “il rischio di annegamento durante i lavori è stato considerato solo per quelli che erano sul bordo della conca o a bordo di un natante, ma non per le persone ‘interne’ sul luogo effettivo di lavoro”. Eppure l’area di lavoro era a 6 metri dal piano campagna con un battente d’acqua di 4 metri di fianco, accessibile solo con una scala a pioli, la stessa utilizzabile in caso di fuga per eventuali pericoli: era un ambiente che la legge definisce “confinato”, per indicare le difficoltà di accesso e fuga e dunque predisporre misure di sicurezza maggiori. Veronese e Ballan dovevano essere dotati “almeno del salvagente”, meglio ancora anche di una fune a cui agganciarsi – come è stato concordato con l’Ausl al momento di eseguire le operazioni peritali – in modo che i due lavoratori non venissero trascinati all’interno dell’acquedotto. Misure inefficaci però senza prevedere anche un altro operatore ‘esterno” in grado di ‘attivare’ le misure di sicurezza.

Misure per minimizzare il rischio che potevano anche desumersi dal continuo cambio di stato dei luoghi tra orario di lavoro e ore notturne, quando – secondo quanto emerso – l’area veniva di nuovo allagata con lo spegnimento delle pompe.

Qui le responsabilità vengono addossate al responsabile della sicurezza – Vittorino Malagò – ma anche all’impresa che “poteva proporre una modifica migliorativa delle procedure” e, infine, nuovamente al Rup.

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