lun 11 Apr 2016 - 2044 visite
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Non svegliatemi..

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Stadio “Paolo Mazza”, ore 23,00 circa di sabato 9 aprile. La Spal ha da poco lasciato il campo, dopo aver battuto il Santarcangelo per 3 a 1, dopo aver festeggiato come mai prima d’ora il successo. Giocatori e Semplici sotto la Curva, a più riprese. Entusiasmo alle stelle.

Siamo a + 7, il Pisa come si usa dire in questi casi, sente molto freddo, dopo averci battuto domenica scorsa.

In una settimana il mondo è cambiato, ancora. E con quattro giornate da giocare e dodici punti a disposizione, la sensazione è che davvero siamo vicinissimi a qualcosa di epocale.

 

Epocale per i più giovani, epocale per noi 30enni che eravamo piccoli quando c’era Gibì e la squadra dello ‘Zio’ Giorgio e il suo pallone nel sette. Epocale per tutti quelli che gli anni 90′, invece, se li sono goduti alla grandissima e adesso rivivono quelle sensazioni. Epocale per chi la Spal l’ha vista giocare in serie A.

 

Ma torniamo all’inizio: la gara è finita da circa 20 minuti, io come sempre sono lentissimo nel confezionare il pezzo e correggere gli errori di battitura. Tanti, anche perchè al gol di Mora l’esultanza ha causato il disastro sul mio pc e la  perdita di tutte le note. Pazienza. Finisco, spedisco tutto, spengo il pc, mi accendo una sigaretta per scaricare la tensione. Di fianco a me i tecnici delle riprese video stanno smontando l’attrezzatura.

 

Gli steward che passano tra i seggiolini delle tribune ormai vuote. Alla mia sinistra chi è rimasto, oltre il 90°, sono i ragazzi della Ovest: la “Campione” è ancora piena, tutti ancora al loro posto. In alto, in basso dove c’è il cuore di ‘8 settembre’, ai lati. Nessuno vuole andare a casa: saranno in più di un migliaio.

Ballano, cantano, si abbracciano, impazziscono sul coro tormentone: “Frara alè, non tifo per gli squadroni ma tifo te“. I tamburi scandiscono il ritmo: coinvolgente, entusiasmante. Tanti lo paragonano alle classiche sonorità delle tifoserie argentine, a me sembra anche un po’ tribale perchè è qualcosa che ti entra dentro e ti rimane nella testa per giorni e giorni.

 

Scendo gli scalini, prima di buttarmi in sala stampa voglio finire la sigaretta. Mi trovo davanti il “Pres”, Walter Mattioli. Il rapporto più ‘viscerale’, più diretto, più schietto è sempre stato con lui sin dal primo giorno. Credo di poter dire che ci siamo capiti al volo, senza corsie preferenziali rispetto ad altri e più importanti colleghi.

Viviamo la partita allo stesso modo, i risultati con lo stesso trasporto, le situazioni con lo stesso benessere o, viceversa, malessere. Lui con il peso delle responsabilità di un ruolo importantissimo, che ha conosciuto tra i predecessori la gloria ma anche tanti personaggi che la Ferrara spallina non ricorda con piacere. Io con il dovere, certo più leggero, di cercare, tra tanti momenti di passione, un filo di lucidità, controllo, obiettività e spirito critico. Perchè anche scrivere in maniera distaccata e fredda è comunque una responsabilità verso chi legge.

 

Il “Pres” mi guarda per un attimo, sorride. E torna a gustarsi la Ovest a braccia conserte, sornione. E’ in quel momento che mi parte, spontaneo, un: “Dai Pres, perchè non li vai a salutare?“. Mi aspetto un: “Mo lasa perdar“. E invece capisco che a Mattioli l’idea fosse già passata per la testa. Solo, probabilmente, serviva ‘il pallone giusto’ e per una volta l’assist gliel’ho fatto io.

 

Tentenna, roba di 5 secondi. Poi parte con passo spedito e io mi ci fiondo dietro, anche perchè passare dalla tribuna alla Curva con le regole severe dello stadio, pur se a partita finita, è roba impossibile. O meglio possibile solo ai “padroni” di casa.

 

Dalla tribuna uno dei pochi rimasti si aggiunge: “Walter mi fai andare in Curva a salutare i miei amici?”. E lui risponde: “Vieni, vieni“. E’ la stessa domanda che gli avrei fatto io. E così seguo il “Pres”, passo tra i cancelli e in due minuti sono in mezzo alla bolgia.

 

La gente è talmente in preda al delirio che quasi non lo riconosce, e continua a cantare e ballare. “Frara alèèèè”. Ma poi lo vedono, lo abbracciano, lo applaudono. E pensare che avevo visto la stessa scena, con più di timore e circospezione, anni fa: il giorno dell’avvento della nuova dirigenza Mattioli varcava per la prima volta i cancelli della Ovest: tante strette di mano, tanti ‘grazie’, qualche pacca sulle spalle e molti “in bocca al lupo”.

Oggi lo travolgono di affetto. Mai vista una roba così.

Anzi, di Presidenti, in passato, ne ricordo qualcuno darsi alla fuga prima del fischio finale di uno spareggio salvezza perso. Ma per fortuna, altri tempi.

 

Perdo Mattioli dalla mia traccia visiva. In compenso trovo decine e decine di facce che mi vengono incontro e mi abbracciano: sono le stesse con cui negli ultimi dieci-quindici anni ho condiviso momenti difficili. Fango e magoni, giornate interminabili e surreali. Sono le facce delle varie trasferte lungo tutti i campi d’Italia, anche quelli più improbabili, tra C1, C2 e serie D.

Le stesse che hanno visto la Spal perdere a Portogruaro, a Rovigo, contro il Forlì. Ma anche contro il Forcoli a Capannoli, solo per dire alcune tappe di un lungo cammino.

Che hanno contestato quando c’era da contestare, caldo o freddo che fosse.

Che hanno preso posizioni, a volte scomode o considerate impopolari, ma sempre sulla linea della coerenza. E dell’onestà. Io questo apprezzo della gente, in qualsiasi ambito: l’onestà e la coerenza, la capacità di ascoltare le idee di altri ed esprimere le proprie, senza per forza allinearsi.

 

Una di quelle facce con cappellino e maglietta ‘8 settembre Curva Ovest’ mi viene incontro e mi abbraccia, quasi a sorpresa. “Fede ci siamo quasi, cazzo”. Gli occhi mi diventano lucidi per un attimo, e io solitamente rifuggo le lacrime, almeno in pubblico. Poi mi metto a ballare, a cantare. Come si fa a stare fermi quando parte ‘Frara alèèèèè‘?

 

E infine rivedo Mattioli. E’ seduto sulla balaustra dei lancia-cori, altro luogo sacro per chiunque: lui ci sale a furor di Curva. Lo acclamano: ‘C’è solo un Presidente’: saluta e ringrazia, con le centinaia di tifosi a guardarlo e riprenderlo con il telefonino, ora in religioso silenzio. “Siete il mio 12° uomo in campo“. Applausi.

Qualche ora dopo mi dirà: “Ci tenevo, perchè a Pisa sono stati meravigliosi e avrebbero meritato un grande risultato“.

 

Poi alza la mano, con l’indice alzato, quasi a voler fare una domanda: “Adesso facciamo l’ultima canzone, per favore”. E lancia “A sen di greeez e di aldamaaaar” che, al di la del significato stretto delle parole, è un inno alla ferraresità più genuina, più pura. La cantano tutti, con il sorriso stampato sui volti. Altri abbracci per Mattioli, che poi lascia la balaustra.

 

Io rimango li, saluto altri amici, altri abbracci. Altre facce che sono in preda al delirio. E’ come quando si beve un paio di birre a stomaco vuoto, ma forse ancora meglio perchè vedo e sento tutte le emozioni in maniera nitida, non alterata. Però è strano, dopo tanti anni di sofferenze e lacrime. Ma la vita è anche questa, premia chi nonostante tutto non perde mai la fiducia.

 

Il Pres lo ritroverò poco dopo in sala stampa. Mi guarda, sorride ancora, nessuna parola come accade spesso.

 

Lascio lo stadio, passo per casa, il tempo per mettere giù il pc, portare fuori il cane, bere mezzo litro d’acqua e farmi una doccia. Mezzanotte passata, mangio una piada in uno dei locali del centro, lo stomaco è in preda ai crampi.

 

Il tempo di alzare lo sguardo, tutt’attorno sciarpe biancazzurre che entrano ed escono, brindano, riempiono le vie del centro. Da che ho memoria non ricordo così tanto entusiasmo galoppante. Fantastico.

 

Finisce che vado a letto alle 2,30 del mattino, esausto. Tre ore passate a parlare di Spal, con chiunque. ‘Frara alè’ in sottofondo, gli abitanti del centro storico si incazzano, ma capiranno. Nessuno vuole andare a dormire, in tanti ci proveranno ma a fatica da quel che mi raccontano in questi giorni. Io invece crollo, felice.

 

Ancona, Arezzo, Teramo, Tuttocuoio. Il destino è nelle nostre mani. Finalmente. Sarà un mese tostissimo, ma bello da vivere.

 

Se è un sogno non svegliatemi, per favore.

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