ven 3 Lug 2015 - 236 visite
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Il ‘peccato originale’ dell’Expo

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Il secondo degli appuntamenti degli Emergency Days è stato dedicato all’incontro pubblico ‘La mafia esiste’.

I giornalisti Gianni Barbacetto e Marco Maroni, autori de ‘Excelsior – il gran ballo dell’Expo’, spiegano come l’esposizione universale di Milano possa essere scandita in tre tempi: “il primo, quello dei tre anni dalla assegnazione del 2008, è contraddistinto da una politica immobile – spiega Barbacetto –, che presidia la manifestazione per giocarsi i soldi stanziati; durante il secondo, invece, si ha una sospensione della normalità in nome dell’emergenza, perché si sono accorti d’esser in ritardo e sono corsi ai ripari”.

Sono oltre 100 le norme in materia di appalto che sono state sospese per le opere della manifestazione e questo significa “soldi discrezionali, nessuna gara e circa 80 aziende interdette per attività mafiosa”. Il ‘peccato originale’ di Expo, però, è l’acquisto dei terreni: Milano 2015 è il caso di una esposizione universale “costruita su terreni privati, in una zona, quella a nord della città, chiusa da autostrade e circondata dal Carcere di Bollate, che non sarà appetibile a nessun compratore una volta che Expo avrà chiuso i battenti”. Lo denuncia lo stesso Barbacetto, riportando di quel “debito di Expo che grava su tutti gli italiani, anche su chi non andrà a Milano”: questo è il terzo tempo, il rischio dell’abbandono di un’area che potrebbe diventare la più grande squat d’Europa.

Expo, però, tradisce anche il suo leitmotiv ‘Nutrire il pianeta’: “il progetto annunciato nel 2008 di aiuti al continente africano, ad esempio – riporta Maroni – si chiude nel 2010 e dei 10 milioni di euro promessi per gli aiuti umanitari ne verranno effettivamente spesi solo 200.000”; e suona grottesca, poi, la lista degli impegni di cui si tratta nella Carta di Milano, “che si prefigge di porre fine alla fame nel mondo attraverso dei punti preparati negli uffici della Barilla”. Si parlava poi di volano per l’economia “ma è un Expoflop – continua Maroni – e ce lo dicono i dati: le stime dell’Università Bocconi parlavano di 750000 nuovi posti di lavoro, ma nel 2014 l’occupazione a Milano e in Lombardia ha registrato un calo”.

Con l’intervento di Elia Minari, coordinatore di Cortocircuito (associazione culturale antimafia di Reggio Emilia), la discussione lascia però Milano e atterra nella zona grigia dell’Emilia: “qui, ora, è innegabile la presenza mafiosa e questo squarcia la realtà quale ci era stata descritta – spiega Minari – di amministrazioni integerrime e di mafia come una cosa solo meridionale”. L’inchiesta denominata ‘Aemilia’ ha infatti “appurato il coinvolgimento di emiliani in affari di stampo mafioso” e “d’altronde la mafia non avrebbe potuto radicarsi – fa eco Barbacetto – se non ci fossero consulenti, imprenditori e politici locali che la spalleggiano”.

Quello delineato, nonostante l’apparente leggerezza con cui sono riportati fatti e storie, è un quadro tremendo di un “modello di impresa mafiosa che si è saldamente insediata al nord, per cui parlare di semplici infiltrazioni è ridicolo: la mafia fa parte del paesaggio imprenditoriale delle nostre regioni”.

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