Continuiamo così, facciamoci del male

Ritengo l’argomento di oggi di particolare attualità vista la grave crisi sociale ed economica che sta colpendo anche la nostra provincia, la rigidità che alla base del modello di occupazione che caratterizza il sistema lavorativo italiano e infine, l’inadeguatezza di alcune persone che lavorano e dirigono le organizzazioni produttive. Al fine di far emergere con chiarezza quanto può verificarsi nei rapporti di lavoro e interpersonali all’interno di imprese banche ed enti della Pubblica Amministrazione, prenderò spunto da una storia reale che camufferò a salvaguardia della privacy delle persone coinvolte. Anticipando però che quanto racconterò è realmente accaduto a due passi da casa nostra.

Innanzitutto preciso che ho mutato in Monica il nome della persona oggetto di comportamenti inqualificabili da parte del suo Amministratore Delegato, al fine di meglio tutelarne la privacy. Si tratta di una signora prossima alla cinquantina, felicemente sposata e con figli, laureata, di buon livello culturale. Monica lavora, da anni ormai, presso un’azienda di una provincia veneta, svolgendo attività di relazione commerciale con i clienti, anche esteri, dato che, negli anni, ha acquisito un’ottima conoscenza delle lingue straniere. A seguito di un riassetto organizzativo e di mercato, l’azienda nella quale Monica opera è stata acquisita da una multinazionale estera e la sede direzionale è stata spostata in una provincia veneta prossima alla precedente. In occasione del ridisegno organizzativo dell’impresa è nominato Amministratore Delegato un ex consulente esterno dell’azienda. In occasione della revisione organizzativa d’impresa, Monica e altri colleghi vengono posti in cassa integrazione per un periodo discretamente lungo. Al fine di favorire l’espulsione di una parte del personale, l’AD propone alle persone in cassa integrazione, un accordo economico che risolva definitivamente il rapporto di lavoro in essere, ma l’accordo così modulato è percepito, dagli interessati, come svantaggioso e quindi rifiutato, riavviando così il prosieguo della cassa integrazione, in attesa che si presenti l’occasione del reintegro nelle precedenti posizioni organizzative. E qui iniziano le disavventure di Monica.

Qualche giorno prima del rientro al lavoro, Monica riceve una raccomandata, a firma dell’AD, nella quale la si informa ufficialmente che la sua nuova sede di lavoro sarà nella provincia veneta nella quale ora ha sede l’impresa e che gli orari e le mansioni le verranno comunicati a tempo debito. Monica è entusiasta di riprendere il lavoro e quindi, si presenta motivata e puntuale nella nuova sede. Però, quando arriva all’appuntamento fissato dall’AD, deve attendere due ore in anticamera. Già questo è un primo segnale che evidenzia il carattere delle nuove relazioni fra Direzione e dipendenti. Ma il peggio deve ancora venire. Quando Monica è infine ricevuta dall’AD le viene detto brutalmente che per lei non c’è più posto in azienda, anche perché le sue vecchie mansioni sono state affidate ad impiegate neo-assunte, più giovani e carine di lei. Se però si ostinasse a rimanere in azienda, le dice l’AD, dovrà accontentarsi di altre mansioni. Monica amareggiata accetta la nuova proposta. A questo punto le viene detto che da quel momento le sarà assegnato un ufficio umido e polveroso nel quale è presente solo una scrivania, ma senza PC e telefono. A integrare le umilianti notizie, Monica apprende dall’AD che il suo nuovo orario non coincide, né per l’ora d’inizio e fine lavoro, né per le pause, con quello dei colleghi. In questo modo a Monica è evidente che dovrà fare le pause di lavoro da sola e dovrà accollarsi completamente le spese di viaggio. Com’è prevedibile, questo stato di cose crea un grave malessere in Monica, la quale fatica a mangiare e a dormire e sente un fastidioso ronzio alle orecchie. L’accurata diagnosi del suo medico suggerisce una terapia non troppo invasiva (un blando ansiolitico) e qualche giorno di malattia.

Dopo i giorni di malattia, Monica ritorna al lavoro scoprendo che per lei sono previsti continui spostamenti da un ufficio all’altro e da una scrivania all’altra, in ogni caso prive di PC e telefono. In aggiunta, i vertici dell’azienda, le comunicano che le è vietato anche l’utilizzo del suo telefono cellulare. Intanto Monica si rende conto che deve occupare uffici inutilizzati, nei quali svolgere lavoretti di seconda mano, comunicati di volta in volta e solo verbalmente, da quei colleghi che svolgono il compito di portavoce dell’AD. Per Monica l’isolamento progressivo è inesorabile e l’escalation delle critiche e dei rimproveri (verbali) che le sono mossi dall’AD toccano il parossismo. La donna sopporta le umiliazioni più bieche: non ha accesso alle informazioni, non è coinvolta nei corsi di formazione (nemmeno in quelli obbligatori per tutti i collaboratori), i colleghi la tengono a distanza e se non possono fare diversamente, la salutano appena o, ipocriticamente, le confidano di essere dispiaciuti per il trattamento a cui è soggetta ma, al contempo, le chiedono di capire che vista la situazione non vogliono assumersi rischi inutili.

Com’è facilmente intuibile, il senso di malessere di Monica sale ogni giorno di più rendendola sempre più irritabile, disagio che le procura sbalzi d’umore e crisi irrefrenabili di pianto. Lo capisce anche un cinico che di fronte a una situazione di emarginazione e di aggressione verbale possono irrompere patologie che costringano Monica ad assenze dal lavoro che determinano altri attacchi da parte dell’AD, origini di ulteriori e pesanti frustrazioni che hanno effetti negativi e conflittuali anche con il marito e figli. Ad aggravare i problemi di Monica si aggiungono le gratuite offese che le scaraventa addosso, ad ogni occasione, l’AD, il quale le urla, in modo umiliante, che per lei non c’è posto in azienda, che dovrebbe essergli grata se riceve uno stipendio non meritandolo, prova ne sia che durante il periodo della Cassa integrazione non ha trovato nessuno che le offrisse un nuovo impiego.

Dopo un anno di umiliazioni, Monica è destinata d’imperio a una mansione di molto inferiore alle sue competenze professionali e al ruolo ricoperto in precedenza; si tratta di un lavoro con  significativi margini di rischio, per il quale non le vengono fornite le dotazioni di sicurezza previste dalla legge. Durante lo svolgimento di questo nuovo incarico, Monica s’infortuna gravemente. I colleghi presenti non le offrono assistenza e alla sua richiesta di chiamare un’ambulanza, l’AD le fa dire di andare al Pronto Soccorso con i suoi mezzi, prendendosi un giorno di ferie, pena l’invio di una lettera di richiamo. Monica, contravvenendo al divieto telefona, con il suo cellulare, al marito e ai figli affinchè la portino all’ospedale, nel quale sarà, in seguito, ricoverata in osservazione; l’INAIL, di conseguenza, ha aperto una pratica d’infortunio. Nel frattempo Monica è in convalescenza ormai da tre mesi perché i medici dell’istituto assicurativo non la ritengono ancora in condizione di riprendere il lavoro.

Oltre ai gravi problemi fisici, causati dall’infortunio sul lavoro, Monica è in uno stato psicologico assai precario. Per quest’ultimo motivo si è rivolta alle cure di uno psichiatra che le ha diagnosticato un “grave disturbo dell’adattamento cronico, associato a depressione ed ansia” e le ha prescritto psicofarmaci e sonniferi. I rapporti con il marito, i figli e gli altri famigliari (genitori, sorella) sono degenerati e anche il suo livello di autostima si è ridotto pesantemente. In questo suo stato di disagio è comprensibile che Monica tema il rientro al lavoro, ma considerata la crisi economica e la difficoltà di reperire un nuovo posto, rinuncia all’ipotesi di dimettersi.

Rientrata al lavoro, Monica ha appreso, da una collega dell’Ufficio personale, che l’azienda naviga in cattive acque. Tra l’altro, viene a sapere che, dopo il suo infortunio, le cose in azienda sono precipitate: è aumentato il turnover e le assenze per malattia cosiccome gli infortuni leggeri. In questo stato di cose, l’AD ha espressamente richiesto al personale di non procedere a denuncie all’INAIL, in compenso, ha detto che provvederà personalmente a rimborsare i collaboratori infortunati che dovranno, però, restare a casa in malattia o ferie. Il clima aziendale è teso e predomina in ognuno, la paura e il sospetto, fattori che hanno già deteriorato i rapporti interpersonali tra i colleghi.

Questo esempio, nella sua veridicità, sintetizza un fenomeno patologico che assilla i diversi livelli organizzativi delle imprese, private e pubbliche, aziende bancarie e del credito incluse. Questo fenomeno è definito Bossing. Diversamente dal Mobbing, il Bossing o mobbing dall’alto o, ancora, mobbing strategico, altro non è se non un vero e proprio comportamento vessatorio messo in atto dal superiore gerarchico, allo scopo di sbarazzarsi di una persona sgradita che si ritiene troppo vecchia o incompetente rispetto al ruolo o eccessivamente costosa in termini di bilancio. Come si manifesta questo comportamento drammaticamente patologico? Abitualmente il Bossing si manifesta attraverso la sottrazione progressiva della funzione e delle responsabilità affidate, con l’intento nascosto di creare disagio psicologico nel collaboratore, al fine di costringerlo alle dimissioni volontarie, senza incorrere, perciò, in vertenze sindacali o dispendiose buonuscite. Gli strumenti idonei allo scopo sono molteplici: la creazione attorno al collaboratore di un clima irrespirabile, continui e ingiustificati rimproveri, blocco delle comunicazione tra la struttura d’impresa e l’occupato, affidamento di mansioni inutili o degradanti. Ma come possiamo individuare con buona approssimazione le caratteristiche espresse da coloro che sono oggetto di Bossing? Esse hanno, spesso, sbalzi d’umore, soffrono d’insonnia, tachicardia, disturbi alimentari, dermatiti, ritiro dagli affetti e di un rapido calo dell’autostima. Tutti questi sintomi possono cronicizzarsi e modificare significativamente la qualità della vita sia dell’interessato che dei suoi famigliari e dei suoi amici.

Ora, richiamandoci al nostro gioco che abbiamo chiamato “Il rosso e il blu”, ci viene spontanea una domanda: siamo sicuri che il Bossing danneggi solo la persona che ne è vittima senza intaccare l’efficienza produttiva e l’efficacia commerciale dell’azienda interessata dall’evento?

Quando il clima organizzativo è deteriorato da processi mobbizzanti che cosa succede? Ce lo dice l’esperienza:

  • aumenta l’assenteismo;
  • aumentano i costi per l’eccesso di turnover;
  • cala la produttività d’impresa;
  • diminuisce la qualità del lavoro;
  • aumentano le spese previdenziali;
  • aumentano i premi assicurativi;
  • è compromessa la percezione di equità (cala la fiducia dei collaboratori nei confronti di chi li dirige);
  • rallentano le procedure di lavoro;
  • cala la propositività e la propensione al problem solving del personale;
  • crolla il senso di responsabilità professionale individuale;
  • ogni collaboratore orienta la propria attività allo svolgimento del compito procedurale.

Possiamo fare qualcosa per eliminare le conseguenze nefaste delle azioni mobizzanti? Certo. L’impresa deve tenere presente che i propri collaboratori sono il loro fattore di sviluppo e di successo. I collaboratori, al fine di accrescere il proprio livello di autostima e di motivazione al lavoro devono essere in grado di trovare un equilibrio psicologico che nasca dal loro impegno e dall’aiuto che può giungere loro da chi possa allenarli alle sfide quotidiane.

Ricordiamolo sempre: NON SIAMO NATI PER FARCI DEL MALE!!!

 

15 Commenti in: “Continuiamo così, facciamoci del male”


  • Serena ha scritto il 6 February 2014 alle 20:34

    Una storia conosciuta purtroppo… Ma i cari boss pensano solo alla loro poltrona (come i ns. Parlamentari??) e non al bene vero e proprio dell’azienda… Non si mettono proprio in testa che i dipendenti “felici” lavorano di più e meglio.. Nella mia azienda il dipendente è visto come colui su cui scaricare le colpe degli errori… Ma se ci sono i meriti… Quelli non sono del dipendente… 

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  • ... ha scritto il 6 February 2014 alle 22:25

    è così per moltissime persone in tutta l’italia…il problema è che adesso ci sono tanti di quei disoccupati o precari che pure i laureati (sopratutto giovani) si bacerebbero i gomiti per andare a lavorare al mecdonald..di conseguenza il datore ti vede come un elemento intercambiabile,per niente necessario o indispensabile..

    io consiglio alla sua amica monica di provare a fare una “vacanza” in danimarca,o comunque provare a inviare curriculum là..del resto se è laureata non dovrebbe fare fatica a trovare..
    la danimarca è un altro mondo (non l’unica in europa ovviamente) lo stato ti paga se studi,se hai un figlio è tutto gratuito,i lavori in genere sono da 6 ore giornaliere…addirittura avevo sentito che volevano offrire a ogni dipendente l’opportunità di farsi una settimana di vacanza ogni mese,per sopperire al loro brutto clima…la dichiarazione dei redditi te la fai tu in un pomeriggio..insomma,ci tengono che il lavoratore (o meglio il cittadino..) stia il meglio possibile. 

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  • il vecchio ha scritto il 7 February 2014 alle 8:26

    Una storia crudele, raccontata però con giusta dovizia di dettagli solo in un aspetto: quello di Monica e dei suoi penosi rapporti col ceffo, il kapò della situazione con poteri di vita di morte sui sottoposti. Ma come e quando servono i kapò? Sono vittime predestinate loro stessi se non raggiungono “gli obbiettivi concentrazionari” (l’eliminazione degli esseri considerati inutili) e servono solo in certi microcosmi aberranti, realtà artificialmente economiche basate sull’arbitrio prive di reali vitalità. Il fatto stesso che il ceffo-kapò pagasse di tasca sua certe spese sgradite la dice lunga sulla fragilità del sistema. Ma una considerazione Monica e i suoi colleghi dovranno averla fatta: un posto di lavoro ha ragion d’essere se rende più di quanto costa. Se non se la sono fatta, ricordano quelle commesse della Standa alle quali non interessava sapere quanti scontrini emettevano al giorno: a loro interessava solo la conservazione del posto che traballava.

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  • il vecchio ha scritto il 7 February 2014 alle 8:27

    e la Standa chiuse, come è noto.

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  • Francesco ha scritto il 8 February 2014 alle 0:39

    Faccio molta fatica a credere proprio a tutta questa assurda storia…. ci sono senz’altro cose rivedute e corrette per esigenza di narrazione e per rendere la storia più compassionevole… auguro alla protagonista la pronta guarigione, ma anche di essere più attenta.. se non sbaglio si parla di persona sposata con figli… scommetto che quella famiglia preferiva una madre disoccupata ma sana….

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  • Tony ha scritto il 8 February 2014 alle 17:04

    Dr.sa Biancardi, apprezzo il suo lavoro e ho apprezzato anche questo contributo, ma mi permetto di farle un’osservazione critica.
    Questa è una storia triste e deprimente, che vorremmo non dover più commentare in futuro, ma le sue conclusioni puntano il dito verso la responsabilità delle aziende, colpevoli di non capire come sia indispensabile un loro cambio di rotta.
    L’AD della storia ha commesso molti errori e un altro al suo posto avrebbe potuto agire diversamente, ma quante alternative aveva a disposizione per perseguire il suo obiettivo di riduzione dei costi? 
    Ricordo, ai tanti che se lo sono scordato, che le aziende sono l’unica speranza di uscita dalla crisi in cui ci siamo cacciati. I costi in molti casi vanno ridotti per riportare i conti in pareggio e non chiudere, e magari perseguire un utile, che ricordo sempre agli smemorati, è la fonte degli investimenti che a loro volta sono il motore della crescita dell’occupazione.

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  • Tony ha scritto il 8 February 2014 alle 17:05

    Fare occupazione col debito non funziona più. Efficienza e produttività (=formazione+motivazione) sono gli ingredienti della nostra speranza, non la spesa pubblica.
    L’AD non ha spazi di manovra, in questo nostro sistema irrigidito e incancrenito dalle leggi sul lavoro, dall’articolo 18, dalla burocrazia, da uno stato insaziabile che a fronte della diminuzione dei prezzi di gas e petrolio aumenta i costi dell’energia alle imprese aumentando il peso del fisco, e in molti casi ne decreta la morte.
    Se l’AD è privato della libertà di agire per il bene dell’impresa, la signora è resa schiava da questo sistema.
    E’ un account di esperienza, con competenze linguistiche straordinarie. Praticamente in questo paese di cultura più che altro dialettale appartiene all’elite dei profili professionali, eppure è costretta a mettere a rischio la propria vita e la propria salute perchè non ha il coraggio di lasciare il ‘posto’ e lo stipendio, sicuramente dignitoso.

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  • Tony ha scritto il 8 February 2014 alle 17:06

    E’ una schiava del suo ‘posto’ perchè sa che in Italia una signora matura che perde il lavoro è quasi sempre spacciata.
    Questo sistema non l’hanno scelto le imprese. L’ha creato la cultura dell’ultima rivoluzione industriale. E’ quella cultura, ancora predominante, che ci impedisce di fare un passo avanti verso il cambiamento strutturale del mercato del lavoro.
    Allora io prenderei per un orecchio chi si è assunto la responsabilità di occuparsi di lavoro e lo porterei ad analizzare da vicino il mobbing e le sue cause, chiedendogli però di entrare nel nuovo secolo lasciando nel vecchio le sue  idee degli anni ’70.
    E’ facile dire che la colpa è tutta di manager scadenti. 
    Eliminiamo prima le cause che li inducono a sbagliare, e non aspettiamoci che cambino solo loro mentre in ciò che li circonda rimane tristemente tutto fermo.
    p.s. per tutti i mobbizzati
    scappate subito con il malloppo, il mobbing ha un esito scontato e perderete il lavoro e la salute

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  • Ludovico Guzzinati ha scritto il 9 February 2014 alle 0:30

    Sa, Dott.essa Biancardi, io in questi casi abolirei il diritto alla privacy e pubblicherei il nome di quell’AD a nove colonne sui principali quotidiani. E poi non gli manderei le Iene o il Gabibbo ma sua moglie/marito (dall’articolo si evince che in questo caso l’AD è un uomo ma non è sempre così… Berco docet!) e i suoi figli, ai quali dovrebbe spiegare come svolge il suo lavoro, dopo che la mattina esce di casa senza mai dimenticare di dar loro un bacio in fronte colmo di affetto.
    Sono cresciuto nella convinzione che un buon manager prima che un bravo tecnico dovesse essere una brava persona, un/a grande uomo/donna, capace di rispetto nei confronti di tutti, sia dei superiori che dei subalterni: ciò che oggi vedo e sento sempre più frequentemente, sta facendo crollare questa mia convinzione.
    E se fosse anche per questo che l’Italia è al collasso economico?

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  • alberto cavicchi ha scritto il 9 February 2014 alle 10:39

    Cari amici, leggto le vostre risposte al blog della Biancardi sul Bossing e credo cge dobbiamo smettere di cercare “le colpe”. Qui, il
    problema veri è che ci sono tante persone che soffrono di forti disagi
    psichici e di relazione con il mondo circodtsntr. Bisognerebbe chiederci che cosa ognuno di noi potrebbe fare per migliorare lo sconforto e le tensioni che viviamo e che vivono coloro che ci stanno sttorno. Un aiuto anche di coching che permetta a noi tutti di non sentirci soli e abbandonati.

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  • Tony ha scritto il 10 February 2014 alle 8:26

    Non c’è dubbio che cercare le colpe sia un esercizio inutile. Diverso è provare ad individuare gli errori commessi e soprattutto quelli che si continuano a commettere.
    Sperare che coloro che hanno contribuito a creare questo sistema si accorgano che non si può continuare cosí, e che prendano coscienza che bisogna cambiare approccio e strategia, é l’unica strada possibile per la ripresa e lo sviluppo.
    Rimanere attaccati ad ideali anacronistici (il ‘diritto’ al lavoro) è una grossa perdita di tempo e genera solo la fuga degli investimenti, e quindi ulteriore disoccupazione e disagio sociale.

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  • Flagellatore ha scritto il 11 February 2014 alle 15:33

    @Tony
    Mi trova d’accordo.

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  • Articolo 18 ha scritto il 24 February 2014 alle 21:46

    Premesso che il mobbing è da condannare sempre e comunque, cosa può fare un dirigente o un imprenditore a cui si riduce il business, per mantenere i conti dell’azienda in ordine?
    Supponiamo un’ottima azienda, gestita bene, che produce ad esempio fanali.
    Se il mercato dell’auto crolla del 50%, l’imprenditore dovrà per forza e a malincuore ridurre la forza lavoro. In Italia però non si può licenziare nessuno, così qualcuno prova a indurre i dipendenti al licenziamento.
    Forse sarebbe ora di rivedere l’articolo 18 e rendere il mercato del lavoro più flessibile, evitando nello stesso tempo il mobbing e smettendola di ridurre tutto ad una lotta di classe tra boss e sottoposti. 
    Ricordiamoci che le aziende private rimangono in piedi solo se producono utili, altrimenti vengono chiuse, non sono delle Onlus.
    Alla signora tutta la mia solidarietà e l’augurio di trovare presto un altro lavoro più gratificante dell’attuale.

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  • Et in Arkadia Ego ha scritto il 24 February 2014 alle 22:14

    Il mobbing è uno degli strumenti, quando utilizzato, che pongono l’essere, in una ipotetica scala gerarchica naturale, al fianco di una bestia vile e sanguinaria, priva di qualsiasi dignità e oscurerebbe l’esistenza di un buon Dio.

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  • Et in Arkadia Ego ha scritto il 24 February 2014 alle 22:16

    Aggiungo, incapacità e viltà hanno bisogno di tale strumento di tortura per portare alla disperazione una vittima.

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