Mentre il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, si congeda dal G8 incassando condivisione per la linea adottata sul fronte del lavoro giovanile e della crescita – e mentre gli stessi analisti rivelano che siamo ancora alle intenzioni e il passaggio alle azioni è cosa diversa – sul tavolo rimangono problemi importanti, affatto risolvibili con la sola buona volontà. E parlo, tra le altre cose, dell’aumento dell’aliquota Iva, che una volta attuato si tradurrà per il territorio ferrarese in 20milioni di euro. E anche del Decreto del Fare, che concretamente poco inciderà in termini di nuova occupazione.
Per le nostre aziende, la maggior parte di piccole e medie dimensioni, gli sgravi previsti nel decreto non si trasformeranno in possibilità di assumere giovani a tempo indeterminato. Certo, saranno meno difficili i rinnovi contrattuali, certe sostituzioni, ma non si creeranno nuovi posti. E’ il lavoro che crea lavoro. E finché le aziende, come oggi, faticano a sopravvivere perché non hanno commesse – perché a calare precipitosamente sono stati i consumi, che riceveranno un’ulteriore flessione con l’aumento dell’Iva – non avranno necessità di nuovi dipendenti. E questa è una verità sacrosanta. Le agevolazioni vengono concesse a fronte di nuove investimenti, per i quali mancano però le risorse.
Ecco perché devono essere accompagnate dalla diminuzione della pressione fiscale, oggi al 58%. Solo così le imprese potranno respirare, tornare sul mercato e investire, oltre che nella sbandierata innovazione, nelle risorse umane. E questo vale soprattutto in una città come Ferrara, dove le realtà produttive non hanno grandissimi numeri e quelle che le hanno, hanno fatto ricorso in questi anni agli ammortizzatori sociali, fino al caso eclatante di Berco, dove il ragionamento andrebbe spostato, come è stato fatto, sul piano dell’etica. Ancora, il decreto prevede sgravi importanti, fino al 65%, per chi fa interventi di ristrutturazione. Se l’obiettivo è il rilancio dell’edilizia, il limite è l’assenza di liquidità della gente e la difficoltà di accesso al credito. Tradotto, si conteranno sulle dita delle mani quelli che con la prospettiva di essere rimborsati tra anni daranno il via ad ingenti operazioni di restyling. Ancora, il decreto prevede agevolazioni per chi fa innovazione. Da una parte, quindi, si invoca la necessità di togliere i contributi a pioggia alle imprese, dall’altra si legittima un discorso di privilegio. E questi sono solo alcuni esempi.
Noi, come Confartigianato Ferrara, non mettiamo in discussione la bontà del Decreto del Fare, riteniamo però che da solo non sia sufficiente, che da solo rischi di essere un provvedimento di semplice emergenza. Occorre percorrere nuove strade per trovare risorse capaci di dare nuovo slancio anche psicologico alle imprese e agli investitori. Serve un progetto di medio termine – diminuzione della spesa pubblica e del debito – condiviso da questo e dai futuri Governi. La sensazione, amara, è che nell’assenza totale si risorse si stia giocando al gioco delle tre carte, si ‘prende’ da una parte e si ‘toglie’ dall’altra.
Una ‘politica’ cui non si può più ricorrere. Di fatto, si sta raschiando il fondo del barile, ma al fondo ormai ci siamo. Per creare lavoro, per giovani e over quaranta che lo hanno perso, si deve ridare fiato alle aziende, che solo ‘lavorando’ potranno creare occupazione stabile, con dipendenti che potranno tornare a spendere e consumare. Anche a Ferrara.
Giuseppe Vancini,
Segretario Generale Confartigianato